Editoriale del 17 ottobre: Davvero poche Lodi

Ci sono eventi di cronaca che più di altri segnano un’epoca. Che mettono in evidenza un punto di non ritorno fra quello che c’era prima e quello che avverrà dopo. Il caso della scuola di Lodi, potrebbe essere uno di questi. Nella cittadina lombarda, un tempo roccaforte della sinistra, il sindaco leghista Sara Casanova ha preteso che per mensa e trasporto scolastico le famiglie straniere presentassero, oltre al classico ISEE, anche un documento, rilasciato dagli Stati di origine, che attesti che in quei Paesi gli stessi stranieri non siano proprietari di beni mobili o immobili.

Molti Paesi non rilasciano proprio questo tipo di certificazioni. I genitori che sono riusciti a procurarseli si sono sentiti dire che non erano completi. Risultato, scontatissimo: i bambini stranieri che provengono da famiglie che non possono permettersi di pagare la quota della fascia più alta non mangiano coi coetanei italiani e se ne stanno in apartheid in un’altra stanza.

A segnare il punto di non ritorno però, non è il solito schema attacco/retromarcia del plenipotenziario ministro degli Interni. O il superficiale smarcamento interessato degli alleati di governo. È chi di fronte ad una palese discriminazione ripropone narrazioni che razionalmente non c’entrano nulla: “Razzisti sono loro che pretendono di mangiare in mensa con gli italiani, razzisti sono loro che fanno figli, razzisti sono i buonisti, razzisti quelli che vogliono abbassare i salari degli italiani, razzista è il turbocapitalismo che aveva ragione Preve (quello da cui copia e incolla Fusaro, ndr).”

Il punto di non ritorno è che di fronte a tutto ciò ci sia un’opposizione più interessata alle sorti del Monza calcio o allo scioglimento delle riserve per la corsa alla segreteria del partito. Il punto di non ritorno è che, etica a parte (quella che ormai si chiama buonismo), nessuno alzi il dito per dire un’ovvietà machiavellica: questo tipo di scelte mina qualsiasi possibilità di integrazione, che produrrà ancora più esclusione sociale e quindi insicurezza (anche) per gli italianissimi di razza.

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