I furbetti del consenso

Che il culmine della (doppia) campagna elettorale non sia il momento migliore per discutere di temi complessi, come identità o strategie di sviluppo transfrontaliero, è pacifico. Paradossale, se vogliamo, visto che noi cittadini dovremmo scegliere i nostri rappresentanti sulla base di programmi.

Eppure siamo ormai abituati a veder sacrificare analisi approfondite di problemi che richiedono soluzioni complesse sull’altare di slogan acchiappaconsenso.

È diverso però quando su questo stesso altare si sacrificano anche istituzioni, come il cluster transfrontaliero, o interi settori di ricerca dalla genetica all’archeologia.

Non tanto per un senso di correttezza politica, concetto ormai stra-superato dai ‘bacioni’ social in stile Salvini. Non tanto perché in veste di sindaci e assessori si rappresenta un’istituzione e non un singolo partito.
Né per minuscole quisquillie, come quella che poi quel partito, dichiaratamente euroscettico e pro-filo spinato a difesa dei confini nazionali che si propone di realizzare una programmazione transfrontaliera, si presenta alle elezioni per il parlamento europeo con il nome di un ministro che si vorrebbe premier dell’Italia.

Ma perché, nel tanto decantato medio-lungo termine, questo genere di iniziative contribuiscono ad allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica.
Perché poi diventa sempre più difficile contraddire il più classico dei mantra: “Vi ricordate di noi solo quando vi servono i voti per le poltrone”. Tanto più che, in questo clima di instabilità, il rischio è che le poltrone da assegnare non finiscano il 26 maggio. E che in questa perenne campagna elettorale, il tempo per affrontare i problemi senza scadere negli slogan si finisca per non trovarlo mai. (a.b.)

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