L’enduro e i limiti della politica

La vicenda dei ‘tour operator’ che propongono giornate su moto enduro fra boschi e ‘piste’ nelle vallate a ridosso del confine (ne parliamo a pagina 2) è particolarmente emblematica. Rispecchia esattamente il conflitto che si genera fra le due visioni più ‘in voga’ della montagna. Da un lato il parco divertimenti per abitanti delle città che possono venire a sgommare su sentieri e piste forestali e che ce ne importa del paesaggio purché spendano qui i loro soldi. Dall’altro quella di luogo bucolico incontaminato da tutelare ad ogni costo, limitando al minimo l’intervento umano, fino a godere del fascino dei borghi abbandonati e inglobati nel bosco.

Le possibili vie d’uscita da questo schema ci sono. Alcune buone prassi, che prevedono la ripresa di attività produttive sostenibili anche dal punto di vista energetico, sono state raccolte nella corposa pubblicazione Riabitare l’Italia curata da Antonio De Rossi. Troppo poco lo spazio qui per parlarne diffusamente. Ci pare però assolutamente evidente come l’impalcatura istituzionale che dovrebbe elaborare questo tipo di politiche mostri limiti evidenti. Ci ha provato, rispetto al caso specifico delle moto, l’Uti del Natisone, ma le linee guida scelte per disciplinare un caso così piccolo si stanno rivelando inefficaci. Andrebbero quindi riviste ma… non dalle Uti, perché fra poco questi enti chiuderanno i battenti. E passeranno mesi, forse anni, prima che una nuova riforma degli enti locali diventi operativa.

E i nuovi enti saranno capaci di elaborare pianificazioni di area vasta su territori così diversi come sono pianura e montagna della regione?
Non lo sappiamo. Sappiamo però che un certo tipo di pianificazione si rende sempre più necessaria, ma l’interesse è davvero bassissimo. Basti pensare che l’argomento montagna è entrato nel dibattito pubblico solo per la polemica fra Jovanotti, Messner e Corona. E non certo per trovare una soluzione ai problemi che si porta dietro da lunghi decenni.