Ma passi avanti non ci sono

Dio è morto, Marx è morto, e anche la comunità slovena in Italia non sta molto bene. Figuriamoci quella della provincia di Udine. Può sembrare un giudizio fuori dal coro questo, in un momento in cui, da destra-destra a quel che resta della sinistra, la politica continua a cantare in un coro unanime di necessarie collaborazioni, superamento di antichi steccati, sostegno agli organi di informazione sloveni in Italia, attenzione per gli sloveni nella riforma degli enti locali, progettazione di uno sviluppo delle aree più periferiche anche in ottica transfrontaliera. A ben vedere però, a prescindere dal colore delle maggioranze politiche che si sono alternate alla guida di Governo e Regione, passi in avanti nella direzione indicata dalle dichiarazioni di cui sopra non ci sono stati.

Non più tardi di cinque anni fa, discutevamo di quella che sembrava la probabile apertura di una scuola bilingue a Lusevera e a Taipana. Cinque anni dopo, contiamo gli iscritti alle scuole dei due comuni sulla punta delle dita, più o meno come le ore di insegnamento di sloveno che vengono saltuariamente offerte. La meritoria proposta di insegnamento quadrilingue in Val Canale è sparita dai radar del dibattito e, ad oggi, non risultano grandi passi in avanti per una istituzionalizzazione di questo percorso scolastico. Per gli altri alunni di quel territorio, esattamente come in passato, l’insegnamento dello sloveno resta sospeso al filo del finanziamento a singhiozzo con i fondi della legge 38/2001. Sparito in qualche cassetto immaginario è anche il progetto di una scuola superiore trilingue a San Pietro.

L’emendamento che soffocherebbe quasi tutta la stampa slovena in Italia è invece una delle poche certezze della manovra di bilancio.
Il Gal, che si era suggerito potesse diventare il Posoški razvojni center della Benečija, lavora ancora solo ad intermittenza con le gentili concessioni del Psr.

Sul cluster trasfontaliero, indicato come panacea di tutti i mali, iniziano a prevalere i giudizi scettici, magari off-record, sui grandi plausi pubblici che ne hanno accompagnato la costituzione. Nel frattempo i paesi continuano a svuotarsi e i giovani ad emigrare. Per fare ricerca di punta, ma anche il cameriere o l’operaio. Al punto che più di qualcuno nella stessa comunità slovena suggerisce di spostare il centro dell’azione sulla città di Udine. Nessuno però, siamo convinti, pensa di abbandonare al proprio destino le vallate in cui la minoranza slovena è storicamente insediata. E siamo convinti che la comunità slovena che non sta molto bene, possa ancora essere curata.

Prima di curarla con i farmaci sbagliati però, sarebbe bene fare una diagnosi sulle cause del malessere. Consentiteci, dopo una seria autoanalisi, di suggerire alcuni organi in cui cercare: una certa mancanza di confronto sincero che ha determinato una scarsa unità di intenti, una certa cecità di fede per alcuni schieramenti politici, una certa attitudine ad adagiarsi sugli allori. Un po’ a prendersi applausi vuoti da destra a sinistra, un po’ perché è un posto comodo da cui criticare quanto fanno o non fanno gli altri.

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