Prima i prati, poi le strade

C’è una strada che percorro spesso e che porta solo in un piccolo paese del comune di Prepotto. Si diceva che sarebbe stata riasfaltata, essendo disastrata. Tale leggenda si narra però da una decina di anni e anche di recente si è rinnovata la promessa da parte dell’amministrazione comunale, visto che si sarebbero “trovate le risorse”. Tuttavia nulla sembra muoversi se non le parole.
Andando a Montefosca per il carnevale dei Blumarij ho percorso una strada ancor peggiore: qui oltre alle buche, che recano danni alle gomme e alle sospensioni delle automobili, si rischia di finire in un precipizio, poiché la via si è fatta più stretta, dopo il disfacimento del ciglio. E siamo nel comune di Pulfero.

Sicuramente la condizione della viabilità nelle borgate semideserte delle Valli è nota e ciascuno ne fa una quotidiana esperienza. Detto ciò, non voglio qui colpevolizzare le amministrazioni locali, queste non possono fare molto meglio, essendo senza risorse e senza idee. I Comuni, che dovrebbero prendere decisioni per la collettività, sono di fatto privi di questo potere, limitati da interessi di altri politici che sono più in alto e che pilotano la direzione delle risorse. Questi ultimi, poi, non hanno neanche tutti i torti se, dal loro punto di vista, ritengono più opportuno stanziare fondi per soddisfare i più che vivono nei centri, anziché spendere duecentomila euro, ad esempio, per una strada che porta in una borgata di due abitanti. Di questi tempi, si sa, le risorse sono poche e si devono utilizzare bene. Le strade non serviranno se andremo avanti di questo passo: fra dieci o vent’anni nella gran parte dei nostri paesi non ci sarà nessuno, inutile illudersi.
Cosa fare, allora? Sono tanto assurdi questi pensieri? Può darsi, ma forse proprio una riflessione fuori dal comune e impopolare come questa può illuminare la creatività della politica.

Una Politica – direi – “delle politiche”, che indichi una direzione concreta per la rinascita della cultura di montagna e che non si limiti a un’assistenza per un sereno “fine vita”.
Non ci si scandalizzi se in quest’ottica si auspica ad esempio il recupero dei prati abbandonati. Questo avrebbe più senso che il ripristino dell’asfalto.

Strano osservare che ancor oggi il numero degli abitatori di un paesaggio montano è direttamente proporzionale agli ettari di prato falciati.
Ricordiamo che nel ’76 i friulani presero una decisione altrettanto scandalosa e impopolare, che si mostrò però vincente per la ricostruzione dopo il devastante terremoto, dissero: “Prima le fabbriche e dopo le case”. Assurdo che pensi così chi non ha un tetto sotto il quale ripararsi.
Eppure quella ricostruzione funge ancora da modello.
Anche noi forse dovremmo avere il coraggio di dire: “Prima i prati, dopo le strade.”

La priorità del prato è difficile da intendere, mi rendo conto… Reduci dal passaggio dell’era industriale, che non ha attecchito nei territori scoscesi, ma ha cambiato lo stesso il pensiero e le abitudini dei montanari, non si crede più all’ingenuità della Natura, men che meno ai benefici che questa può arrecare.
Eppure i primi umani che vennero in questi territori aprirono il bosco e lo trasformarono in radura, in prato: fu necessariamente il primo passo della cultura che violò la purezza della Natura stabilendo un compromesso. Così il prato, da che mondo è mondo, fonda originariamente il paesaggio abitato di montagna; senza questo, nulla (o solo tentativi sistematicamente fallimentari). Anche la viabilità viene solo dopo.

Mario Midun

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