Uno studio per l’acqua calda

Bere caffè o tè troppo caldi può alla lunga causare un tumore all’esofago. A lanciare l’allarme, notizia di qualche giorno fa, sono stati dei ricercatori di un’università iraniana.
Lo studio ha esaminato le abitudini di consumo di 50 mila persone ed è durato non poco, dal 2004 al 2017. Quattordici anni per arrivare ad una conclusione che, per carità, coglie un aspetto che può essere di vitale importanza, ma che difficilmente influirà sulle abitudini di chi si vuole godere, a colazione, dopo un pasto o alle cinque del pomeriggio, una tazza di una bevanda calda e aromatica.

Allo stesso modo possiamo dare per scontato l’esito dello studio linguistico-culturale che la Regione intende commissionare “per valutare se, ferma restando la piena tutela della minoranza linguistica slovena presente nell’area, si possano comprendere meglio gli aspetti della lingua e della cultura della Val Resia e come tutelarli al meglio”. Conseguenza della visita dell’assessore regionale Roberti all’amministrazione comunale di Resia. L’esito è scontato perché non può essere che uno, a patto che lo studio venga fatto seriamente. Così come è scontato che, purtroppo, l’esito non risolverà una questione talmente antica da risultare anchilosata.

Mi pare giusto ricordare qui, a questo proposito, il senso del lavoro fatto dal poeta resiano Renato Quaglia, che ho avuto il piacere di ascoltare qualche giorno fa anche su questo tema. Una persona che con orgoglio e determinazione ha scritto e continua a scrivere in resiano, che ha raccolto migliaia di termini in quella parlata. E che giustamente rivendica questo suo ‘fare’, poetico e non, opposto a quello di chi predica una presunta esclusività del resiano ma non lo utilizza se non, con una grafia tutta sua, per la dicitura sulla carta intestata del Comune. (m.o.)

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