“A Milano, con responsabilità e tempo libero”

Milano è il cuore pulsante dell’economia italiana. La città più ‘europea’, più cosmopolita della penisola. Nelle ultime tre settimane è stata invece soprattutto il capoluogodella regione più colpita dall’epidemia del nuovo coronavirus. La prima metropoli in Europa a diventare (in realtà in anticipo di solo qualche ora rispetto al resto d’Italia) ‘zona rossa’. Stefania Rucli, ‘rečanka’doc (è di Clodig, nel comune di Grimacco), è a Milano da quasi cinqueanni. Lavora al Tour e al Museo dello Stadio di San Siro e, responsabilmente, ha deciso di restare in città. A lei dunque abbiamo fatto qualche domanda su come ha vissuto questo periodo difficile.

La prima domanda, d’obbligo, è: come stai?

Sto bene, fisicamente per fortuna sto bene, grazie. Diciamo che ho improvvisamente tanto tempo libero. I musei a Milano sono stati chiusi già dal 24 febbraio, questa è la terza settimana di riposo obbligato e la situazione non cambierà per quasi un altro mese almeno. Inevitabilmente ho dovuto ridurre i miei spostamenti e le normali, quotidiane, relazioni, quindi ecco, cerco di sfruttare al meglio tutto questo tempo a casa.”

Come stai vivendo questa situazione da dentro la prima grande metropoli diventata ‘zona rossa’?

Milano, con tutta la Lombardia e altre 14 province italiane, è a tutti gli effetti ‘zona rossa’ da sabato notte (dalla mezzanotte dell’8 marzo ndr.). Questo significa che tutte le attività sono limitate al massimo e di fatto non si esce o entra nel territorio se non per necessità (principalmente esigenze di lavoro) che vanno comunque certificate e presentate ai controlli. Se fino a metà della scorsa settimana la situazione sembrava ancora sotto controllo, da un paio di giorni si percepisce che la città e in generale il territorio qui intorno stanno andando in affanno. Milano si sta letteralmente svuotando – sia perché c’è stata una vera e propria fuga dalla Lombardia sabato notte, sia perché sempre meno persone escono di casa – e molte attività, oltre a tutte quelle già chiuse come da decreto, scelgono di abbassare le serrande come misura preventiva (bar, parrucchieri, librerie, negozi eccetera). L’indicazione principale è quella di stare in casa il più possibile e di uscire solo se c’è reale bisogno, questo per ridurre il più possibile il contagio, ed è quello che io e i miei coinquilini stiamo facendo. Di fatto usciamo per fare la spesa e se serve per andare in farmacia, qualche passeggiata intorno a casa e finisce lì. Da domenica in qualsiasi luogo si entri, bisogna obbligatoriamente mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro tra una persona e l’altra, e soprattutto i supermercati, letteralmente presi d’assalto nelle ultime ore, hanno la facoltà di regolamentare l’accesso ai punti vendita.”

Dal tuo punto di vista, come sta reagendo la città? Qual è il livello di percezione del problema?

Un paio di settimane fa nessuno avrebbe detto che si sarebbe arrivati a questi numeri, di conseguenza la percezione del problema era davvero bassa. Ora che la situazione si sta aggravando di giorno in giorno, per non dire di ora in ora, tutti abbiamo più coscienza dei rischi che correremo se non riusciamo a limitarci un po’. La situazione negli ospedali della Lombardia è arrivata quasi al limite, non serve essere a Milano per saperlo. Siamo già al punto in cui alcuni malati vengono trasferiti e curati in altre regioni. Molti per fortuna si stanno convincendo che questo è il momento di sacrificare un po’ di vita sociale, di rinunciare a un aperitivo o ad affollare un parco, ma ancora troppe persone si comportano come se nulla fosse, dimostrando di non avere senso di responsabilità e rispetto di sé, degli altri e della situazione che a questo punto è già critica. Ci tengo però a dire che in città questa distanza forzata e questo senso di precarietà stanno anche facendo fiorire dei piccoli miracoli. Ragazze e ragazzi che nei condomini di loro spontanea volontà escono a fare la spesa per i più anziani, librerie che portano i libri gratuitamente a domicilio in bicicletta, e di esempi così ce ne sarebbero molti altri. Ecco, in mezzo a tutta questa stranezza improvvisa, si sta riscoprendo anche tanta gentilezza.”

Credi che i cittadini milanesi siano stati adeguatamente informati?

L’informazione oggi arriva da tantissimi canali e ho avuto la percezione che nei momenti di maggior ansia collettiva la città abbia cercato di limitare per quanto possibile il diffondersi del panico. Le scene apocalittiche dei supermercati presi d’assalto le ho vissute in prima persona e stentavo a credere ai miei occhi. Già tre settimane fa il sindaco, dopo questi episodi di psicosi, invitava a “non discutere le regole, ma ad applicarle” e ad adottare un comportamento adeguato ad “una società matura e sensibile”. Fin da subito sono state diffuse informazioni sulle basilari norme igieniche da rispettare e sui comportamenti più utili da mantenere.”

Nelle scorse ore sei stata tentata dall’idea di fuggire e tornare alle ‘tue’ valli? Come mai hai deciso di restare?

Resto a Milano perché con un po’ di buon senso si può benissimo stare qui. Milano è la mia casa da quasi cinque anni. Non serve farsi prendere dal panico ed è importante seguire quelle poche e semplici regole che ci vengono ripetute ormai ogni giorno e che tutti sappiamo a memoria. Fidiamoci per una volta di chi è più competente di noi. Il punto adesso è capire che l’egoismo va messo da parte, che bisogna fare un passo indietro e vedere la situazione da una prospettiva più ampia, per il bene collettivo. Non possiamo permetterci picchi di contagi. E non pensiamo che perché in Friuli ci sono meno casi, la situazione sia da sottovalutare. Ognuno di noi può rinunciare a una bevuta con gli amici, a un pranzo, ad andare a sciare, possiamo per una volta scegliere di restare a casa. Quando poi si potrà, quando tornerà tutto normale, la pri-ma cosa che farò sarà tornare nelleValli a riabbracciare la mia famiglia e anche tutti gli altri.

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