Il ruolo dell’informazione nel rapporto fra giustizia e politica. Il lavoro del giornalista oggi, nell’era dei social network e delle fake news. Ma anche la scelta di Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica e già direttore del Messaggero Veneto, di correre per le elezioni politiche del 4 marzo come capolista Pd nel listino della quota proporzionale per il Senato in Friuli Venezia Giulia.
L’incontro tra Enrico Mentana, direttore e volto del tg di La7, con il collega Cerno era il momento più atteso dell’edizione di Lexfest 2018, la kermesse dedicata ai temi dei diritti, dell’informazione e della giustizia, tenutasi a Cividale fra il 2 e il 4 febbraio scorsi, giunta quest’anno alla terza edizione. Il dibattito, preceduto dalla consegna del premio Lexfest 2018 a Mentana dalle mani del presidente dell’Anm Eugenio Albamonte e Stefano Balloch, sindaco della città, si è aperto proprio con il confronto fra i due relatori sulla scelta di Cerno. Che, secondo Mentana, avrebbe scelto di lasciare “il mestiere più bello del mondo, come quello di uno chef in un territorio ricco che ogni mattina trova ingredienti nuovi, le notizie, per preparare i suoi piatti”. Cerno ha replicato che, dopo 25 anni di carriera, ha osservato che la dialettica politica “è sempre più simile ad uno stadio, dove sugli spalti sta chi fischia e io mi sono stancato di fischiare, voglio vedere se qualcuno fischia me”. E a 43 anni “ho capito che era il momento giusto, al termine di una legislatura che ha portato conquiste in tema di diritti, sulle unioni civili per cui oggi anch’io mi posso sposare, e sul fine vita frutto anche delle battaglia condotte qui in Friuli da Loris Fortuna e Beppino Englaro. Ma allo stesso tempo – le parole di Cerno – abbiamo perso il diritto di camminare liberi per i buolevard di Parigi, di andare tranquillamente al Bataclan a vedere un concerto”.
Indirizzato dalle domande di alcuni studenti delle scuole del Convitto Nazionale Paolo Diacono, il dibattito si è poi spostato sui temi dell’informazione. Secondo Mentana il rapporto tra giustizia e mass media ha avuto due momenti di svolta, il primo con Tangentopoli (che – ha sottolineato – ha avuto un volume in termini di mazzette e livello dei politici coinvolti incomparabilmente superiore a quello del più recente scandalo di “Mafia capitale”). L’altro con il caso di Cogne dove la spettacolarizzazione ha preso il sopravvento sul racconto dei fatti. Eventi che hanno innescato un dibattito fra giustizialisti e garantisti, fra innocentisti e colpevolisti a scapito della ricerca della verità. Su questo e in tema di social network e fake news, Cerno ha quindi affermato come si sia perso “il senso della complessità dell’informazione, la volontà di comprendere il contesto in cui avvengono i fatti” favorendo la diffusione di fake news. Che, ha completato Mentana, esistono da sempre (“da quando gli Achei fecero credere ai Troiani di aver abbandonato l’assedio della città”) e sono oggi pericolose soprattutto se veicolate dai poteri forti. Qui entra in gioco, secondo Cerno e Mentana, il giornalista che, al giorno d’oggi, riceve le fonti, i video, le foto in tempo reale sul proprio smartphone, esattamente come i lettori. Deve quindi avere la capacità di ‘mediare’ e ricostruire un’informazione corretta. Confrontandosi anche sui social “che sono il figlio, probabilmente degenere, della democrazia”, ha chiosato Mentana.