Don Michele Molaro è giunto nelle Val- li del Natisone nel novembre 2017, si avvicinano quindi i tre anni di sacerdozio in questa realtà, in particolare nelle cinque parrocchie di Tribil superiore, Stregna, San Leonardo, Drenchia e Liessa. Un lasso di tempo sufficiente per fare con lui un primo bilancio di questa esperienza.

Don Michele, lei è stato per sette anni parroco a Sappada. Ci racconta intanto qualcosa di quel periodo?

“Prima ancora ero stato nel Canal del Ferro, tra Chiusaforte e Resiutta, anche quella una zona di montagne. Sappada è un luogo particolare, esiste una comunità locale e poi c’è l’afflusso turistico, e questo è un fatto gratificante, perché ti permette di venire a contatto con esperienze diverse. Tra i locali in ogni caso c’è un sen- timento religioso molto forte, in qualche modo simile a quello che poi ho incontrato nelle Valli. E come qui c’è un forte legame con le proprie origini. Là non c’è il problema dello spopolamento, però, ci sono state annate in cui le nascite hanno superato i decessi.”

Com’è stato, quindi, arrivare nelle nostre vallate?

“È stato un cambiamento, anche se, come dicevo, ero preparato dall’esperienza in zone di montagna. Non mi sono trovato impreparato, alcune difficoltà ci sono state e ci sono, ma ho imparato a non farmi delle impressioni immediate, e a lasciare che le cose scorrino.”

Percepisce, qui, soprattutto nei paesini di montagna, il problema dell’abbandono, dello spopolamento?

“Si coglie questo aspetto, in alcuni ca- si c’è quasi una rassegnazione dolorosa. Si tende anche a fare confronti con il passa-o, ma oggi ci sono più problemi di un tempo, penso alle difficoltà economiche delle famiglie. D’altra parte vedo spesso anche un piangersi addosso, mentre credo che la gente dovrebbe metterci un po’ di buona volontà in certe cose, ad esempio nella cura dell’ambiente, che potrebbe diventare più accogliente. Piccole cose, a cui però chi viene da fuori presta attenzione. Le Valli sono un luogo di passaggio, apprezzato da chi lei visita e vede che c’è una cura del territorio.”

Che rapporto ha con il dialetto sloveno e locale e con le tradizioni di questi luoghi?

“Prima di venire qui sentivo parlare dell’uso del dialetto locale, diverso dalla lingua slovena. Ora ho imparato poche parole, ad esempio quando faccio il segno della croce ad inizio messa. Vedo che ci sono persone contente di questo, altri che preferiscono l’italiano. Ho collaboratori che operano nei circoli o nei cori sloveni, che organizzano i ‘senjam’ nei paesi, e non mi crea nessun problema.”

Lei guida cinque parrocchie da quasi tre anni, il suo arrivo aveva provocato qualche malumore, soprattutto a Liessa. È tutto superato?

“Avevo colto, quando mi è stato proposto di venire in questa comunità, delle difficoltà. Una levata di scudi non tanto verso di me come persona, quanto per la decisione dell’avvicendamento, che non era condivisa. Dopo pochi mesi le tensioni si erano sbollite, ho percepito che le cose andavano per il meglio. Poi è riaffiorata una certa resistenza, non da parte delle comunità ma di alcuni collaboratori. Ho cercato di lanciare dei ponti e ho incontrato dei ‘muri di gomma’. Questo da parte di laici che si sono appropriati di compiti che non spettavano loro, compiti che la gente identifica con il ruolo del pastore.”

Ha preso delle misure?

“Nei giorni scorsi, visto il rifiuto del dialogo, visto che su certe cose sono stato boicottato, ho tolto delle mansioni ad alcuni collaboratori, cosa che domenica scorsa ho comunicato durante le messe a Liessa e Cosizza. A parte questo atto, sono dell’idea che se un cristiano, più che unire, agevo- lare lo stare bene insieme, porta a dividere, da cittadino per iniziare e poi da cristiano e sacerdote, devo esprimere la mia disapprovazione. In questo sento l’appoggio del vescovo, con il quale ho un dialogo continuo.”