friul1La “Fieste de Patrie dal Friûl” è diventata legge. Lo scorso 17 marzo il Consiglio regionale ha votato a maggioranza il provvedimento che istituisce ufficialmente la celebrazione dell’anniversario dell’attribuzione, il 3 aprile 1077, del potere temporale al patriarca di Aquileia Sigeardo da parte dell’imperatore Enrico IV.
L’approvazione della nuova legge regionale è stata accompagnata, nelle ultime settimane, da un vivace e assai confuso dibattito, sia all’interno del Consiglio regionale che sui media. Sono emersi vecchi pregiudizi e mistificazioni di vario genere, che almeno in parte hanno trovato ragione d’essere nello stesso impianto originario della proposta di legge e nel contenuto di diversi emendamenti, approvati in commissione. Al momento del voto finale, per fortuna, pur con qualche contraddizione ed omissione, sono venuti meno quegli elementi che avrebbero reso il provvedimento inutile se non addirittura dannoso, in particolare per la comunità di lingua friulana.
Per comprendere meglio la questione può essere utile ritornare proprio al 3 aprile del 1077. Quel giorno, infatti, per effetto del conferimento al patriarca del titolo di “Comes Foro Julii, Dux et Marchio”, il Patriarcato di Aquileia diventava, all’interno dell’Impero, un vero e proprio stato autonomo, nei termini vaghi in cui ciò poteva significare a quel tempo, e così rimase per quasi quattro secoli, sino al 1420.
Quel fatto contribuì in maniera determinante a definire l’unitarietà del Friuli, in termini territoriali, e contestualmente a caratterizzare questo angolo d’Europa, compreso tra Alpi e Adriatico e tra Livenza e Timavo, come luogo di incontro e di convivenza tra comunità etniche e linguistiche diverse. La definizione stessa di “Patria” o “Patria del Friuli”, che tra l’altro ha avuto vita assai più lunga rispetto ai tre secoli e mezzo di quell’esperienza politica e istituzionale, è stata usata sempre per definire un’area geografica specifica: il Friuli, appunto, nella sua unità e unitarietà.
Uno dei punti deboli della proposta di legge presentata in Consiglio regionale consisteva proprio nel non tener conto di questo aspetto fondamentale. Il 3 aprile stava per essere trasformato nella festa dei friulani di lingua friulana ed il Friuli stesso, a dispetto di storia e geografia, rischiava di essere ridotto alla sola area friulanofona. Questo aspetto è stato stigmatizzato da più soggetti appartenenti al Friuli storico e a quello di lingua friulana, giustamente preoccupati per le ripercussioni negative di un’iniziativa con tali connotati. Interessante, sotto questo profilo, la presa di posizione dei sindaci dei Comuni che hanno dato vita al “Laboratori di Autonomie”, i quali hanno sottolineato proprio la dimensione territoriale e multietnica del Friuli, “Patria” plurale, in passato e ancor più in futuro.
Questi segnali sono stati colti dalla maggioranza dei consiglieri regionali. Si tratta di un fatto positivo, che fa da contraltare a quei pregiudizi, che in alcune parti della regione non si palesano solo nei termini, già ben noti, di “friulanofobia” e “slovenofobia”, ma anche in quelli di una complessiva “Friulifobia” retriva e patologica.
Resta ancora una questione aperta. Celebrare la “Fieste de Patrie” va bene, ma non può diventare un alibi per la mancata attuazione di tante parti della legislazione statale e regionale di tutela delle minoranze linguistiche storiche. Senza le proprie lingue il Friuli perde la sua anima più profonda.