La riforma degli enti locali che sta attuando l’amministrazione regionale rappresenta “un passaggio complesso e pericoloso: non è solo l’ente di area vasta ad essere sotto attacco, ma il rischio è lo smantellamento dell’autonomia del territorio e la riduzione del potere decisionale dei cittadini e quindi dello spazio democratico”. È uno dei passaggi del duro attacco riservato dal presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini nei confronti del disegno di riordino degli enti locali approvato dalla Giunta regionale lo scorso 10 ottobre.
Durante la presentazione della seduta straordinaria del Consiglio provinciale, aperta agli interventi di tutti gli amministratori locali del territorio e tenutasi a palazzo Belgrado a Udine lo scorso 27 ottobre, Fontanini ha quindi criticato metodo e merito del progetto di riordino. Non solo la modifica del sistema di voto per le Province (tutt’altro che scontata la loro soppressione secondo Fontanini), ma anche la decisione “calata dall’alto, senza che il disegno di legge sia accompagnato da una relazione tecnica che valuti costi e benefici della riforma”.
“Lo studio che abbiamo commissionato alla Cgia di Mestre, – ha quindi spiegato il presidente della Provincia di Udine – dimostra chiaramente come il progetto della Regione, accentrando molte competenze su Trieste, produca costi notevolmente maggiori: 5 milioni in più all’anno solo per il trasferimento dei 681 dipendenti dalle province alla Regione”.
È stato poi Fabrizio Cigolot, presidente dell’Upi, a presentare nel dettaglio lo studio della Cgia ai tanti partecipanti all’iniziativa della Provincia. Oltre ai maggiori costi per il personale, ha evidenziato Cigolot, la riforma non risolve tutta una serie di problematiche: dalla gestione dell’edilizia scolastica, a quella delle strade provinciali. Mentre i comuni più piccoli che numericamente sono il 61 per cento, conteranno, nelle nuove unioni, solo per il 36 per cento dei voti. Sarà propio Udine, secondo lo studio presentato da Cigolot, a subire maggiormente gli effetti della riforma visto che l’odierna provincia (stando alle proiezioni della Cgia) verrà scompattata in 9 nuove unità territoriali.provin
Dai banchi del Consiglio hanno preso poi la parola i vari capigruppo, Fabrizio Dorbolò (Sel) ha invitato i sindaci a proporre soluzioni più attente alle specificità dei territori, dicendosi certo che verranno ascoltati dagli organi regionali. Piuttosto critici invece Federico Simeoni (Front furlan), Mauro Bordin (Lega Nord), Stefano Marmai (Udc), Luigi Gonano (la Destra-Fratelli d’Italia) e Renato Carlantoni (Pdl). È toccato quindi a Salvatore Spitaleri (Pd) difendere l’impianto della riforma: “non c’è nessun attentato alla democrazia, come dimostra il caso di Pordenone. La sgradevole sensazione è che oggi non siamo qui per sentire la voce e le proposte degli amministratori ma per difendere la nostra posizione. Addirittura in un passaggio dello studio appena presentato si è affermato che le Province siano più efficienti dei Comuni.” Tanti poi i sindaci che hanno preso la parola. La stragrande maggioranza si è espressa in maniera fortemente critica nei confronti della riforma e ad essere contestato è stato soprattutto il metodo seguito dalla Giunta regionale che ha approvato il testo senza un precedente e reale confronto con i territori. Tra gli altri si è espresso in questi termini anche il sindaco di Stregna Mauro Veneto: “consideriamo necessario oggi unire le forze fra comuni a patto che però siano omogenei. Questa riforma calata così dall’alto non tiene conto delle reali differenze che ci sono all’interno della Regione”. Critico anche Mariano Zufferli di San Pietro al Natisone: “è il nostro, un comune particolare – più di venti frazioni, due istituti comprensivi, una scuola superiore. Da 15 mesi abbiamo avviato una stretta forma di collaborazione con Pulfero e Savogna, ma il progetto è quello di allargarla anche agli altri comuni delle valli del Natisone. Le nostre vallate hanno però problematiche fra loro simili, ma che non tutti all’esterno sono in grado di comprendere. Il rischio, se tante delle competenze dovessero finire in un ambito più vasto, è quello di non poter dare ai nostri cittadini le risposte adeguate alle loro necessità”.