La ‘questione di Trieste’ nel dopoguerra raccontata con i documenti degli archivi jugoslavi

Un argomento su cui esiste una vasta letterattura e che è stato sviscerato da storici e, non di rado ancora oggi, strumentalizzato dalla politica. Eppure il libro di Federico Tenca Montini, ‘La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945 – 1954’ (ed. il Mulino), ha un merito unico: la divulgazione – con rigore storico – dei documenti della parte, allora, jugoslava, oggi conservati nelle capitali degli stati nati dopo la dissoluzione della Federazione, a Lubiana, Belgrado e Zagabria.
Il volume, uscito ad ottobre 2020 e di recente tradotto anche in croato, ora che le norme e la situazione epidemiologica lo consentono, è stato presentato a Udine alla Caserma Osoppo lo scorso 30 giugno, a Gorizia al Kulturni dom il 3 luglio e a Cividale nel salone della Somsi il successivo 7 luglio. Gli incontri sono stati organizzati dalle rispettive sezioni Anpi di Udine, Gorizia e Cividale. A Udine Tenca Montini ha dialogato con Carlo Baldassi (Anpi ‘Città di Udine’) e Andrea Zannini (Istituto friulano per la storia del Movimento di liberazione). A Gorizia con Jože Pirjevec, docente di Storia contemporanea e autore della prefazione del libro, che però non ha potuto partecipare all’evento di Cividale.
Grazie al lungo lavoro di ricerca negli archivi – fra palazzi governativi, caserme dismesse e addirittura cantine private – Tenca Montini analizzando carteggi, note e corrispondenza diplomatiche, individua tre momenti chiave che hanno caratterizzato la definizione attuale del confine orientale dell’Italia: la fine della guerra e la corsa a Trieste dei partigiani jugoslavi, la cacciata del partito comunista Jugoslavo dal Cominform che succede di pochi mesi le elezioni politiche in Italia nel 1948 e la Nota bipartita di inglesi e americani dell’8 ottobre 1953 con cui gli alleati annunciavano la cessione della zona A del Territorio libero di Trieste (che comprendeva la città e il porto) all’Italia. Preludio a quello che solo un anno dopo (il 5 ottobre 1954) fu l’accordo raggiunto con il Memorandum di Londra che sancì, di fatto, la fine della questione di Trieste.

La questione di Trieste e la Slavia Friulana
Nel libro, Tenca Montini – ne ha parlato a Cividale – accenna anche alle vicende che, fra il 1945 e il 1946, interessarono le vallate a ridosso del confine della ex provincia di Udine. La Jugoslavia, che aveva respinto ‘da sola’ l’invasione nazifascista, a fine guerra avanzava rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Italia sconfitta. Vennero quindi organizzati alcuni sopralluoghi nei territori di confine della ‘Commissione interalleata’ al fine di individuare quale fosse la lingua parlata dalle popolazioni autoctone. Visite in cui ciascuna delle due parti tentò di influenzare l’opinione dei commissari. Nel libro sono citate le visite a Savogna e Lusevera in cui ‘le autorità locali’ sostennero contro ogni evidenza che non ci fossero abitanti di lingua slovena. Circostanza poi smentita dai fatti durante le visite, visto che i commissari russi riuscirono a scambiare qualche parola con gli abitanti del posto inferendo che fossero sloveni stante l’affinità fra le due lingue.
In ogni caso la Jugoslavia abbandonò presto le pretese sul Friuli: ha sostenuto Tenca Montini che con ogni probabilità almeno alcune di queste fossero solo un tentativo di ‘rilancio’ per aggiudicarsi la posta che consideravano più preziosa, quella di Trieste. La situazione in quella zona venne momentaneamente congelata con l’Istituzione del Territorio Libero, diviso in zona A con amministrazione angloamericana e zona B sotto l’influenza jugoslava.

La rottura fra Tito e Stalin
Lo scacchiere mutò radicalmente una prima volta con la rottura fra Tito e Stalin consumatasi alla riunione del Cominform di Bucarest il 28 giugno 1948. Solo pochi mesi prima, in vista delle elezioni italiane del 18 e 19 aprile, inglesi e americani erano intervenuti anche sulla questione di Trieste: per favorire la DC contro il blocco del Fronte popolare di comunisti e socialisti (la cui vittoria avrebbe sancito una crisi internazionale nel sistema della guerra fredda) promisero l’annessione di tutto il TLT all’Italia. Dopo la rottura fra Tito e Stalin “si pentirono subito della promessa” (le parole di Pirjevec a Gorizia), visto che la frattura in seno al blocco socialista faceva diventare la Jugoslavia un alleato di fatto del patto atlantico. Rottura le cui cause – secondo quanto ha affermato Tenca Montini a Udine – sono da ricercare nel sostegno militare che gli jugoslavi stavano dando alla resistenza comunista in Grecia. La vittoria dei partigiani greci, infatti, avrebbe minato alla radice gli accordi di Jalta e la spartizione dell’Europa che Stalin aveva tutto l’interesse a difendere.
In questo nuovo quadro la Jugoslavia tentò una mediazione perché si attivasse ‘a modo suo’ (cioè sotto il controllo dell’esercito Jugoslavo) il TLT. Era il periodo in cui molti credettero all’idea di una ‘Montecarlo’ nell’Adriatico, alcuni si trasferirono a Trieste e fecero anche fortuna. Se non altro, ha affermato Tenca Montini, “con bische e bordelli”.

‘Vola colomba’, Trieste ceduta all’Italia
Tuttavia, dopo la batosta della rottura con l’Urss che generò profonda preoccupazione nei vertici del partito comunista jugoslavo, le mire della Federazione su Trieste si spensero definitivamente con la Nota bipartita. Accolta come un vero e proprio dramma sia dalla diplomazia, che si trovò spiazzata dalla decisione unilaterale alleata, sia dalla popolazione. Celebri le sassaiole con cui all’indomani della diffusione della notizia, i cittadini di Belgrado colpirono le sedi diplomatiche straniere in città.
Celeberrima, dall’altro lato, la canzone ‘Vola colomba’, che con un testo esplicito sul ritorno di Trieste all’Italia (Vorrei volar laggiù dov’è il mio amor/Che inginocchiata a San Giusto/Prega con l’animo mesto/Fa che il mio amore torni, ma torni presto) Nilla Pizzi vinse il Festival di San Remo già nel 1952 anticipando il contenuto della Nota.
A quel punto, con Trieste italiana, il realismo della diplomazia Jugoslava portò piuttosto velocemente al Memorandum di Londra. Che rispetto alla divisione fra territori A e B cedeva alla Jugoslavia una piccolissima porzione di territorio e un cospicuo finanziamento per la costruzione di un porto che è oggi quello di Capodistria. Oltre ad alcune specifiche disposizioni a tutela del ‘gruppo etnico jugoslavo’, la minoranza linguistica slovena, che si ritrovava nella zona amministrata dall’Italia. La tutela della minoranza linguistica della provincia di Udine, invece, sappiamo, arrivò solo nel 2001.

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