Licei annessi al Convitto, con i corsi di sloveno colmate delle lacune

Il problema della prosecuzione degli studi in sloveno nelle scuole superiori della Provincia di Udine resta ancora irrisolto. Sia per quanti cercano una continuità dopo aver terminato il ciclo della scuola bilingue Paolo Petricig di San Pietro e – per i motivi più disparati – non si iscrivono alle scuole di Gorizia, sia per quanti cercano un primo approccio ad una delle lingue minoritarie del territorio, per di più parlata da oltre due milioni di persone in uno Stato confinante. Per sedici anni i corsi di sloveno organizzati per gli studenti dei licei annessi al Convitto Paolo Diacono di Cividale hanno ‘messo una pezza’ a questa mancanza. A promuoverne l’istituzione e a coordinarne il percorso in tutti questi anni è stato il professor Alessandro Guglielmotti che, fra l’altro, ha radici nelle Valli del Natisone. Gli abbiamo chiesto di fare un bilancio di questi anni di attività, visto che da quest’anno scolastico passerà il testimone.

Ci sono state resistenze quando ha proposto di realizzare questo corso?
Temevo ce ne sarebbero state. In realtà non ho trovato difficoltà. Anzi, ho trovato apertura e disponibilità. I miei timori erano che potessero insorgere ostilità nell’ambiente scolastico: qualche anno prima avevo proposto al Convitto di sottoporre agli studenti un questionario sull’uso del dialetto sloveno nelle famiglie. Ebbene, quel questionario fu bloccato dall’istituzione scolastica. Quindici anni dopo, invece, la proposta del corso è stata accolta senza difficoltà. La normativa sulla tutela della minoranza slovena ne ha ovviamente facilitato la realizzazione. La scuola da parte sua ci ha sempre garantito la massima disponibilità anche in termini pratici, su materiale e uso degli spazi.
Qualche anno fa si discusse della possibilità di rendere il corso, facoltativo, un insegnamento curricolare. Cioè che – in soldoni – il voto conseguito concorresse alla media finale con le altre materie di insegnamento. Come mai non se ne fece nulla?
Dopo qualche anno, visto anche che l’adesione ai corsi base e avanzato era buona con in media una quindicina di adesioni, avanzammo la proposta di rendere l’insegnamento curricolare in modo che la fatica degli studenti venisse in qualche modo riconosciuta. Senza che si togliessero ore alle altre materie. Alcuni spazi la normativa li avrebbe lasciati secondo me, ma non se ne fece nulla. Il rammarico resta, perché chi frequenta il corso che prevede più di 40 ore all’anno – sacrificando il proprio tempo libero – oggi ottiene gli stessi crediti degli studenti che invece magari spendono solo due ore in una delle tante altre attività proposte dalla scuola.
Pensa che il corso abbia in qualche modo contribuito a far cadere alcuni pregiudizi diffusi, anche a Cividale, nei confronti della minoranza linguistica slovena e più in generale sulla Slovenia?
Non parlerei di pregiudizi. Più che altro, in qualche caso, di scarsa conoscenza, questo sì. C’è una sorta di pigrizia mentale. Sia nei confronti della Slovenia che di tutte le realtà della ex Jugoslavia. Più volte mi è capitato di trovare ragazzi che erano stati a Londra, a Parigi e mai a Lubiana che dista un centinaio di chilometri e che pure è una capitale europea. In questo senso credo che sì, anche i corsi che abbiamo organizzato abbiano contribuito a colmare queste lacune. Pregiudizi, ostilità nei confronti della minoranza linguistica o nei confronti di chi aveva frequentato la bilingue no, non ne ho mai percepiti. I ragazzi che si sono iscritti ai corsi erano sia ex alunni della scuola di San Pietro sia ragazzi cui invece interessava avere un primo approccio con lo sloveno. Questo è già un segnale di come i pregiudizi siano stati superati.
Adesso che lei è in pensione come pensa sarà il futuro di questa iniziativa?
Mancano ancora alcune formalità ma so che già c’è la disponibilità di qualche collega a proseguire. O, meglio, a ripartire, visto che anche questo corso ha subìto lo stop imposto dalle normative anti-covid. Più in generale credo che la proposta abbia ottenuto il risultato che ci eravamo prefissati, ossia quello di far mantenere un contatto con la lingua slovena agli ex alunni della bilingue e far conoscere di più questa cultura a quanti invece non ne avevano avuto la possibilità. Spero si possa invertire quel trend che ha fatto sì che, negli ultimi anni, tanti ex iscritti alla bilingue non scegliessero di fare il corso. Resta infatti aperto il problema dell’impegno che richiede la frequenza senza che si ottenga poi un riconoscimento proporzionato e maggiormente spendibile.
Un altro rischio che intravedo è che la scuola possa accettare alcune proposte di associazioni che vorrebbero organizzare iniziative su cultura e tradizioni ‘slave’. Ovviamente non ho nulla in contrario né nei confronti delle tradizioni, né nei confronti delle iniziative in sé. Il rischio cui mi riferisco è che con questo approccio proprio questa ricchezza culturale possa essere ridotta a folclore.

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