Ga poznamo, odkar je stopnu čez prag dvojezične šuole v Špietre. Je biu zelo žiu, an škrat, bi jali naši te stari. Seda je zrasu, lietos dopune 21 liet an hode na Univerzo v Uidne, ‘Facoltà di agraria – viticoltura ed enologia, marketing vitivinicolo’. Že tuole nam store zastopit, de tel puob je zlo navezan na zemljo. Še posebno na našo zemljo. Se kliče Francesco Chiabai, Friz Ciubiz za parjatelje, Franc Kulažu prave on (njega tata je Adriano Kulažu iz Gniduce, mama je pa Danila Hlaščanova iz Sriednjega). Francesco je adno lieto od tega ratu predsednik Polisportive Gorenj Tarbij. Liepa odgovornost za adnega mladega puoba, ki živi ku vsi mladi: šuola, muroza, parjatelji, žur na koncu tiedna… Pa ne samuo tuole, Franc Kulažu živi v Gniduci, kjer ankrat je bluo puno ljudi, butiga, oštarija… seda pa jih je le na pest. Gniduca je v občini, kamunu Sriednje. Ku vsi kamuni Nediških dolin, štieje nimar manj ljudi… pa tle, še posebno telo zadnjo lieto, je na posebno vižo oživielo. Smo tiel zviedet kiek vič, takuo smo imiel an pogovor pru z njim, s Francam Kulažovim iz Gniduce.gniduca1

Francesco, prima di tutto come vive un ragazzo della tua età in un paese di montagna come Guidovizza? “Dipende. Isolamento sicuro: esci di casa e non vedi nessuno. Ma ci sono gli aspetti positivi: la famiglia, piccole ma intense relazioni che si instaurano.” Con chi? “Con i pochi rimasti, pochi ma che teniamo duro. E forse proprio perché siamo in pochi riusciamo a creare qualche cosa. Essere in tanti, disperde; essere in pochi stimola.”

Dicono che vivere nei paesi di montagna sia difficile… “Non è vero, può essere facilissimo: basta arrivare a ponte san Quirino (e ci arrivi in un attimo) senza vedere quello che ti circonda, e da ponte San Quirino in giù puoi vivere come tutti gli altri della tua età. Questo se non ti interessano le Valli per quello che rappresentano.”

A te invece interessano, perché? “Tante generazioni prima di noi si sono spaccate la schiena perchè io possa vivere a Guidovizza. C’è il legame affettivo per la terra, per la cultura, la lingua, le tradizioni che qui sono nate e qui vivono, oltre che per le persone. Per questo devo ringraziare la mia famiglia che mi ha trasmesso tutto questo. Poi il fatto di aver vissuto per dieci anni in un bar, dove la mia famiglia lavorava (Azzida e Scrutto) mi aiuta a relazionarmi con la gente, con quelle persone che hanno vissuto sulla nostra terra in una società diversa da quella odierna che tanto prometteva, ma che ora ci ha resi tutti più poveri, non solo in senso economico… un modello fallito.”

Gli altri giovani ancora residenti a Stregna la vivono come la vivi tu o… “No, siamo in pochi a viverla cosi… È brutto da dire, ma la cultura, il sapere, fanno la differenza. Se hai questo, puoi dibattere a 360 gradi… Chi non sa, dopo un poco parte con le istigazioni, con le solite frasi di rito e si chiude lì. E la cultura è un problema delle Valli. Non la cultura e il sapere in generale, quelli che impari sui banchi di scuola…”

Quindi? “Il sapere chi sei, il senso di appartenenza. Questo è il punto di forza. Per esempio, se a me dicono sloveno, slavo, io non la prendo come un’offesa, io sono orgoglioso di esserlo, perchè so cosa vuol dire. Ho un qualcosa in più che mi distingue da tutti gli altri. E voglio che questo senso di appartenenza non si perda. Purtroppo ci sono dei fattori che remano contro: la morte delle persone che tutto questo ci hanno lasciato e con loro la memoria storica, il progresso che è arrivato anche da noi ed ha cancellato la nostra società basata su dei valori intrinsechi della nostra terra.”

Hai parlato di senso di appartenenza. Secondo te, perchè sta tornando così forte nei nostri giovani? “Perché non c’è altro. I nostri bisnonni e nonni hanno vissuto la società contadina, la vostra generazione (mamme e papà) l’avete vista, noi l’abbiamo subita. Ma stiamo capendo i suoi valori e ci stiamo aggrappando a questi per vivere pienamente la nostra vita con delle passioni, non in modo piatto.”

Perché una parte di giovani sì e una parte no? “Oggi è tutto così scontato. Oggi sei libero di parlare la lingua che vuoi, anche lo sloveno, e nessuno, o quasi, ti condanna più. Ma per arrivare a questo qualcuno ha sofferto. Lo stesso vale per tanti altri aspetti della vita, a cominciare da uno fondamentale: il lavoro. Se hai tutto pronto, se ottieni tutto facilmente, non ti preoccupi di fare qualche cosa in più, di creare, di cercare qualche cosa di nuovo o riscoprire ciò che non c’è più. Questo vale anche per la lingua e la cultura: noi le stiamo perdendo, e con questo le nostre radici. Vogliamo l’appiattimento? Allora non serve far niente. Non vogliamo appiattirci? Fatichiamo, ma con gioia e passione, per preservare e far rivivere questa nostra ricchezza.”

Veniamo al Burnjak del 2015. “Abbiamo avuto 53 giorni esatti per organizzarlo di nuovo come Polisportiva. Era stato distrutto nella sua forma originale, era diventato una sagra friulana, senza anima.”

Come siete riusciti in questa impresa? “Due nomi: Stefano Predan della Kmečka zveza e Caterina Dugaro. Con la loro esperienza precedente hanno avuto un ruolo fondamentale, e continuano ad averlo in tutto quello che facciamo. C’era in noi, Polisportiva Gorenj Tarbij, ma anche nei paesani e nei nostri amici, una voglia di riscatto incredibile. Da ‘senjam’ di paese era diventato, nel corso degli anni e con il lavoro di tanti, una grande festa che richiamava centinaia di persone, una grande festa che però aveva un’anima, l’anima benečana. Tutto questo nel giro di pochi anni è andato perso… Per farlo tornare quello che era, abbiamo lavorato in tanti col cuore. Senza secondi fini. La gente ha risposto, l’entusiasmo è cresciuto di giorno in giorno. Abbiamo dimostrato a noi stessi, e a chi veniva a darci una mano, che nel nostro piccolo, pur con tante difficoltà, se una cosa la vuoi davvero, la fai. E qui torna fuori il senso di appartenenza, di orgoglio di essere quello che sei e di farlo conoscere a tutti, anche a chi viene da fuori. È tornato il Burnjak di una volta ed ha giocato tanto anche per il futuro della nostra Polisportiva, ma non solo, credo per tutti quelli che amano la nostra terra e credono nel suo futuro. Questo Burnjak ha dato vigore a tutti, ha dato la forza ed il coraggio di continuare su questa strada…”

Dopo il Burnjak, ed altre iniziative sul territorio, è arrivato il Pust. “Il nostro Pust non è il Carnevale. Il nostro Pust ha, come tutto quello che ci hanno lasciato i nostri vecchi, una storia, un perché, un’anima. Il Pust non lo facciamo solo per divertirci, ma per far continuare a vivere in noi e nella nostra gente ciò che era. Con il Pust, passando di casa in casa nei nostri paesi, facciamo anche un servizio sociale. Sai che cosa vuol dire per un nostro anziano rivivere quello che ha vissuto lui nei tempi andati? Sai cosa vuol dire per lui vedere per casa o in paese tanta gente, quando prima o poi se incontra una persona alla settimana è gia tanto. Il Pust è Pust, è una tradizione, non deve portare il nome di nessuno, dobbiamo viverlo tutti assieme perché è di tutti. Costa anche fatica organizzarlo, girare i paesi, incontrarsi. Non finirò di ringraziare tutti quelli che sono accorsi a ‘pustinat’ con noi, anche quelli che vivono fuori. E un grandissimo grazie va a Zeno Tami e Anna Braida, che da fuori sono venuti a vivere qui a Stregna e che, vivendo gomito a gomito con la gente di qui, hanno fatto proprio il nostro senso di appartenenza. Loro da fuori sì, i nostri, alcuni nostri, no…”

Torna sempre fuori il senso di appartenenza. “Un ruolo fondamentale lo gioca la famiglia, è logico. La famiglia ti trasmette dei valori, delle regole, dei principi. È chiaro che devi avere anche un senso critico su quello che la famiglia ti dice. E poi, come dimenticare la scuola bilingue di San Pietro? Quella è una scuola del territorio, gli insegnanti non ti insegnano solo a fare di conto o scrivere, ti aiutano a scoprire il tuo mondo, la tua terra, la tua storia, le tue radici. È una grande “scuola di vita” che aiuta le famiglie a farci capire che siamo un popolo con una ricchezza incredibile, con un qualcosa in più, un qualcosa di unico, prezioso, che non va perso. E tutto questo non ha solo valore sentimentale, ma, a volerla dire tutta, potrebbe avere anche un ritorno economico… ”

Qualcosa ancora da fare, o da rifare? “Il camp con Legambiente dello scorso anno a Tribil, da rifare assolutamente, per il rapporto umano che si instaura con le persone che vengono da fuori.”

Chi possono essere per i giovani i punti di riferimento da noi? “Ho già citato Stefano Predan e Caterina Dugaro, aggiungo Antonio De Toni, presidente della Pro loco Nediške doline, per la sua capacità di trasmettere agli altri le emozioni che dà questo territorio.”

Come vedi il futuro nelle Valli? “Se da una parte cerchi di credere che possano essere ancora vivibili, dall’altra ogni volta che vedi un’epigrafe è come se un ettaro di terra diventasse bosco. Il futuro lo facciamo noi, dipende solo da noi.”