Classe 1989, cividalese, Matteo Monai è stato premiato come uno dei migliori ricercatori italiani direttamente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dal palco di Liwkstock (dove l’abbiamo conosciuto come bassista ed autore dei Blue Fingers e dei Concrete Jellÿ) ai laboratori di chimica dell’Università di Trieste. Fino al riconoscimento – la cerimonia si è tenuta al Quirinale lo scorso 10 ottobre – di Young Researcher of the Year, un premio assegnato ogni anno ai ricercatori italiani under 30 che si sono distinti nel proprio campo di ricerca nelle università italiane.
E il campo di ricerca di Matteo, che oggi lavora all’Università di Utrecht, è di strettissima attualità, oltre che – ci ha spiegato in questa intervista – rivolto ad un futuro che, nell’interesse della collettività, non dovrebbe essere troppo lontano.

Qual è il lavoro per cui sei stato premiato e quali sensazioni hai provato ritrovandoti al Quirinale?
“Ovviamente è stato molto emozionante, direi un’atmosfera quasi surreale. Una grande emozione e un grande onore pensando alla storia dei premiati.
Il riconoscimento l’ho ottenuto per il lavoro del mio dottorato di ricerca a Trieste con il gruppo del professor Paolo Fornasiero. Mi sono occupato di catalizzatori, materiali che fanno sì che una reazione chimica possa avvenire senza che questi materiali si consumino. Con una metafora, i catalizzatori svolgono la stessa funzione che determina la musica appropriata quando si invita a cena una ragazza.
Più nello specifico, ad esempio, abbiamo scoperto che alcune reazioni per cui viene usato il platino possono avvenire anche utilizzando una lega di nichel e rame, materiali molto meno costosi.”

Fuor di metafora, quali impieghi può avere questo studio?
“Sicuramente nel processo di produzione di energia. Ad esempio in uno dei passaggi della sintesi di biocarburanti, cioè combustibili derivati da scarti agricoli. Usando tali carburanti si produce complessivamente meno anidride carbonica rispetto a usare combustibili fossili.”

Riduzione delle emissioni di anidride carbonica ed efficientamento energetico sono temi che occupano le prime pagine dei giornali di tutti i paesi “occidentali” da qualche mese. Cosa ne pensi del nuovo movimento ambientalista dei Friday for Future?
“Penso sia molto importante questo rinnovato interesse per l’ambiente. Anche perché questo movimento si discosta dall’immagine dell’ambientalismo ‘vecchio stampo’, quello degli abbracci agli alberi. Mi pare sia molto impegnato a coniugare il contrasto al cambiamento climatico con la giustizia sociale. Da solo, però, il movimento non basta. La sfida sarà ora trasformare queste istanze in politiche attive. Cosa che ad oggi, purtroppo, non sta avvenendo. Basti ricordare che, pochi giorni fa, il presidente degli Usa Trump ha tolto la facoltà ai singoli Stati di realizzare politiche per l’efficientamento energetico sui trasporti. Su questo la California stava facendo importanti passi avanti che ora rischiano di essere vanificati. Non solo: fra i 5 ‘grandi emettitori’ (Ue, Usa, India, Cina e Russia) solo in India si stanno attuando politiche serie di contrasto all’innalzamento delle temperature. Per questo è molto probabile che si sforerà anche la soglia (più due gradi) prevista dall’accordo sottoscritto da 195 Paesi a Parigi nel 2015 e che la temperatura globale aumenterà di 3-4 gradi. A meno che non ci diamo una mossa, e subito!”

Ora che sei ricercatore all’Università di Utrecht ti occupi ancora di questi temi?
“Lavoro ancor di più ‘all’origine’, cioè mi occupo di valorizzazione dell’anidride carbonica. Le energie rinnovabili sono soggette a ‘sbalzi’ nella produzione, a una certa stagionalità. È necessario quindi sopperire ai cali di produzione creando un buffer energetico, come delle ‘batterie’, che immagazzinino energia quando si riesce a produrne in eccesso. Sono tecnologie che si stanno già impiegando in Germania mentre in Italia ancora si fa fatica. In sintesi: la tecnologia in grado di sostituire i combustibili fossili di fatto già esiste, ma in assenza di politiche che vadano in questa direzione non riusciamo a sfruttarle.”

Pensi di rientrare comunque in Italia un giorno?
“Fare il ricercatore comporta inevitabilmente qualche esperienza all’estero per ampliare conoscenze e reti di collaborazione. Questo avviene per tutti e non è colpa dell’Italia. È vero però che in Italia per la ricerca si spende meno di un decimo di quanto non si faccia in altre realtà e questo fa sì che molti giovani, una volta all’estero non rientrino.
Personalmente, però, a me piacerebbe tornare, anche per restituire al Paese le conoscenze che ho appreso nel sistema educativo italiano che resta fra i migliori del mondo.”