Stepanakert. I sotterranei della cattedrale cittadina trasformati in rifugio antiaereo (Foto: Roberto Travan)

In questi mesi di pandemia è passata quasi inosservata la recrudescenza del conflitto fra Armenia e Azerbaijan che ha al centro la Repubblica dell’Artsakh, più nota come Nagorno Karabakh. Le notizie del conflitto nel Caucaso meridionale sono state relegate in coda ai tg e condensate in poche righe sui giornali, vista anche la scarsa attitudine dei media italiani a trattare gli eventi esteri. Eppure dal 27 settembre al 10 novembre ci sono stati scontri armati, colpi di artiglieria e bombardamenti sui civili. E un conteggio delle vittime ancora da definire.

Gli scontri sono iniziati a seguito dell’attacco delle truppe azere contro la Repubblica dell’Artsakh, entità statale di fatto indipendente ma ancora non riconosciuta a livello internazionale. L’Artsakh si estende per circa 11.500 km quadrati, poco più dell’Abruzzo. Di fatto è una enclave a stragrande maggioranza armena all’interno dei confi ni dell’Azerbaijan. I 148 mila abitanti della repubblica, su un territorio montuoso attorno alla capitale Step’anakert sono in stragrande maggioranza di lingua e cultura armena (si parla un dialetto orientale dell’armeno) e cristiani, a differenza della maggioranza azera che è mussulmana. In quel complesso mosaico di culture, nazionalità, religioni, lingue e rivendicazioni territoriali che è il Caucaso meridionale.

Le ragioni del conflitto contemporaneo sul Nagorno Karabakh affondano le radici negli anni a cavallo della prima guerra mondiale, nel periodo in cui il popolo armeno subì per mano turca il primo genocidio del ’900 con un milione e mezzo di morti. La crisi è esplosa nel periodo paludoso della transizione post sovietica. All’indomani della proclamazione dell’indipendenza dell’Azerbaijan, a sua volta il Nagorno Karabakh si proclamò indipendente, forte della legge dell’Urss che riconosceva questa possibilità alle ‘oblast’ dell’Unione. Una proclamazione mai accettata dall’Azerbaijan. Che infatti aggredì militarmente la piccola repubblica. Una guerra feroce che dal 1992 al 1994, pur in assenza di un conteggio ufficialmente riconosciuto, si stima causò più di 30mila vittime e 80mila feriti. E che si concluse con l’accordo di Biškek che prevedeva, di fatto, il mantenimento dell’indipendenza per il Nagorno Karabakh, congelando il conflitto. Sullo sfondo delle rivendicazioni territoriali e delle aspirazioni nazionalitarie si muovono le potenze militari della zona, la Russia alleata dell’Armenia e la Turchia dell’Azerbaijan. Condizione che, in chiave geopolitica, si spiega con la posizione del Karabakh, strategica per il controllo dei gasdotti e oleodotti che transitano nella regione e approvvigionano idrocarburi per il mercato turco ed europeo. Il cessate il fuoco è stato violato più volte nel corso degli anni. Prima dell’escalation del settembre scorso, nell’aprile del 2016 l’ Azerbaijan, all’indomani dell’intervento russo che ribaltava le sorti della guerra civile siriana, tentò una nuova offensiva militare spalleggiato esplicitamente dalla Turchia di Erdogan.

Nella complessa evoluzione dei rapporti fra due potenze militari estere e nelle continue giravolte cui ci sta abituando ‘il sultano di Ankara’, l’esercito azero ha quindi nuovamente attaccato la Repubblica dell’Artsakh alla fine della scorsa estate. Il ‘cessate il fuoco’ fortemente voluto da Mosca ha però determinato il passaggio sotto controllo azero di alcuni territori della Repubblica dell’Artsakh. Che, ricordiamo, ad oggi, non è riconosciuta dalla comunità internazionale degli stati aderenti all’Onu. Una ‘comunità internazionale’ (lo dimostrano anche recenti conflitti europei) che mostra quindi ancora atteggiamenti ambivalenti di fronte al principio del diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Nell’immobilismo dell’Ue sulla vicenda però, sono già 11 i comuni italiani che hanno approvato una mozione in cui si riconosce l’indipendenza dell’Artsakh, cui si aggiunge la Regione Lombardia. Fra i promotori dell’iniziativa c’è Massimiliano (Maksim) Floriani. Originario di Arco in Trentino dove è stato anche assessore alla cultura, Max vive a Gyumri in Armenia, qui è titolare di un’impresa che si occupa di turismo e design, la Konjelazia. A lui abbiamo chiesto il senso dell’iniziativa e una testimonianza sui recenti avvenimenti nell’Artsakh.

Massimiliano Floriani a Stepanakert

Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a promuovere la mozione?

Quando il console onorario d’Armenia a Milano, Pietro Kuciukian, il 5 ottobre scorso mi ha mandato una petizione per chiedere il riconoscimento dello stato d’Artsakh (Nagorno-Karabakh), che doveva essere firmata da personalità pubbliche italiane, ho pensato subito alla possibilità di trasformarla in una mozione da sottoporre ai consigli comunali, provinciali e regionali. La richiesta di riconoscimento dello Stato è portata avanti da anni, a onor del vero, dalle comunità armene di diversi Paesi europei sotto diverse forme. Ma fino allo scoppio di questo ennesimo conflitto non aveva ancora avuto un riscontro notevole dalle istituzioni internazionali. L’Italia, come ben sappiamo, ha interessi economici importanti con Turchia e Azerbaijan ed era ovvio un suo tergiversare sulla questione. Ecco perché ho pensato subito agli enti locali: muovere una proposta dal basso, che arrivi a Roma come un fiume di richieste da parte di sindaci e presidenti di Regioni e Province. Interi civici consessi che si esprimono sul riconoscimento dello stato d’Artsakh e che, finalmente, prendono posizione contro l’aggressione turco-azera, non curandosi della ricattabilità economica strisciante tradotta nelle forniture energetiche, la più importante quella del nuovissimo gasdotto che da Baku arriva a Lecce.

Il teatro di Shushi bombardato mentre all’interno si trovavano militari armeni. Decine di vittime (Foto: Roberto Travan)

Qual è ad oggi la condizione di vita degli abitanti nell’Artsakh?

Dopo la firma dell’ennesimo cessate il fuoco possiamo affermare che la guerra è quantomeno sospesa. Dal 10 novembre scorso le truppe di pace russe controllano la regione e sono garanti dell’armistizio. Ma la situazione non è di certo delle migliori, tensioni sono ancora in corso e si protrarranno probabilmente per diversi anni. L’Azerbaijan ha bombardato, spesso con armi vietate dal diritto internazionale, per quasi due mesi la capitale Stepanakert e molti altri insediamenti con bombe a grappolo, missili Smerch, bombardamenti aerei, droni di ultima generazione di produzione israeliana e turca, ha attaccato con il fosforo bianco e avvalendosi di migliaia di terroristi jadisti mercenari trasportati direttamente dalla Siria per conto della Turchia. È stato dimostrato, da prove evidenti, l’ingaggio di questi terroristi, il loro reclutamento e gestione da comandanti turchi e la ricompensa di 100 $ per ogni testa di armeno mozzata. Un vero e proprio sistema di terrore che si è scatenato sulla pacifica popolazione del Nagorno-Karabakh da un giorno all’altro, ma con una evidente lunga pianificazione. Da questa premessa è chiaro che ad oggi ogni infrastruttura civile è danneggiata o completamente distrutta. Scuole, ospedali, maternità, sedi di protezione civile fuori uso. Fin dal 10 novembre, ristabilita la connessione terrestre con l’Armenia, hanno cominciato ad arrivare aiuti umanitari fondamentali per questo momento di crisi, compresi kit medici di primo soccorso. Gli aiuti continuano ad arrivare regolarmente da diversi Paesi e si sta cominciando a pianificare il futuro della popolazione.

Il conflitto ha alternato fasi congelate a rapide escalation. Si è in grado di fare un bilancio in termini di costi di vite umane, migrazioni forzate e danni sociali prodotti dall’ultimo conflitto?

L’accordo di cessate il fuoco, firmato dal presidente russo, dal presidente azero e dal primo ministro armeno, prevede il trasferimento di una grande parte di territorio dalla repubblica d’Artsakh all’Azerbaijan. Tali territori, compresa Shushi che è la seconda città e un simbolo della cristianità armena, sono popolati da armeni costretti ora ad abbandonare le proprie case. Lo scenario è quello di intere comunità che raccolgono, in furgoni approntati in fretta e furia, tutto ciò che possono dalle proprie abitazioni, addirittura smontano le tombe per portarsi via i propri cari sapendo che probabilmente non potranno mai più tornare a renderne omaggio. Poi, per non lasciare il frutto di una vita di fatiche al nemico, danno fuoco alle proprie case. Sono giorni tristi, che tolgono il fiato. Vedere famiglie che appiccano il fuoco alle proprie abitazioni è una delle cose più dolorose a cui si possa assistere e uno dei simboli più tragici del post conflitto: un’emigrazione forzata che, nel caso degli armeni, non è altro che l’ennesima pulizia etnica subita negli ultimi cento anni. Non si hanno ancora i dati delle vittime. Alcuni parlano di oltre 4.000 morti fra civili e soldati, solo dalla parte armena. Ma è presto per dare numeri con certezza. Si deve attendere di aver recuperato tutti i cadaveri dalle trincee, anche se forse non si potrà mai avere un numero preciso di questa immane tragedia.

Qual è stata la percezione degli armeni dell’ultimo accordo sul cessate il fuoco del 10 novembre?

L’opinione pubblica in Armenia in queste settimane è divisa. Molte sono le proteste quotidiane nelle strade e nelle piazze della capitale Yerevan. In molti chiedono le dimissioni del primo ministro Pashinyan. Ma chi chiede tali dimissioni adesso, siano i manifestanti in piazza o la vecchia élite politica che ha governato nella corruzione per decenni, chiede la capitolazione sociale e politica dell’Armenia, fa un piacere a turchi e azeri che non aspettano altro che il caos. Può piacere o meno, ma il primo ministro armeno aveva poche possibilità. Ancora tre giorni di guerra e le forze turco-azere avrebbero spazzato via completamente la fanteria armena e preso sotto il proprio controllo tutto il Nagorno-Karabakh. Non c’era altro da fare che accettare l’armistizio russo e concedere parte del territorio agli azeri. L’Armenia non può sostenere una guerra con una potenza di oltre dieci volte maggiore economicamente e militarmente. Cosa che ha ben compreso l’altra parte del Paese, quella che non scende in piazza e che non è necessariamente supporter del primo ministro, ma che in maniera responsabile si rende conto del momento estremamente delicato che sta attraversando l’Armenia e invoca l’unità nazionale. Che crede sia il tempo per redarre un piano per la gestione del disastro umanitario che sta scaturendo dalla ricollocazione dei profughi. Il tempo per sottoporre la lista completa dei monumenti artistici, storici, naturali e religiosi dei territori che sono passati e passeranno all’Azerbaijan, all’UNESCO e a tutte le strutture internazionali di tutela. Il tempo che una concreta diplomazia si occupi dei territori che rimarranno abitati da armeni e che saranno gestiti dalle forze russe per i prossimi cinque anni.

Shushi. Un missile Smerch inesploso. Gli azeri hanno lanciato centinaia di questi ordigni (fabbricati in Russia) colpendo numerosi obiettivi civili tra cui scuole, ospedali, chiese (Foto: Roberto Travan)

Immagino che la mozione abbia come obiettivo quello di interessare le autorità italiane ed europee. Quale credi debba essere il ruolo dell’Unione europea oggi nel conflitto dell’Artsakh?

L’Unione Europea deve decidere cosa vuole fare. Se vuole essere davvero un protagonista o meno. Non può rimanere in questa condizione di silenzio assordante. Il NagornoKarabakh è il confine più prossimo d’Europa e Armenia e Azerbaijan fanno parte del consiglio europeo. Quando nel 2008 il Kosovo dichiarò la propria indipen-denza dalla Serbia, in breve tempo moltissimi stati europei, fra cui l’Italia, riconobbero tale stato. 96 Paesi dell’ONU (dei 193 membri) e 22 Paesi dell’UE (dei 27 membri) ad oggi hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Fu un precedente importante a livello internazionale, dove la secessione attuata dal principio dell’autodeterminazione di un popolo ha avuto la meglio sull’integrità territoriale di uno Stato, in questo caso della Serbia. Ma il Kosovo non è il Nagorno-Karabakh. Gli interessi geopolitici, l’ampliamento della Nato verso est, la “necessità” di lanciare un segnale alla filorussa Serbia, in qualche maniera sono state le vere motivazioni dei numerosi e repentini riconoscimenti internazionali. Fra cui figura la stessa Turchia che, in questo caso, non si è fatta scrupoli a riconoscere uno stato autoproclamatosi indipendente. L’appello per il riconoscimento dello stato d’Artsakh (Nagorno-Karabakh) deve a parere mio passare attraverso questo precedente kosovaro. E deve smascherare i due pesi e le due misure attuate: se il principio dell’autodeterminazione dei popoli e della secessione per la salvezza di un’etnia, nel caso degli armeni dell’Ato Karabakh, è un valore importante per la democrazia occidentale si inizi a riconoscere lo stato d’Artsakh. Il Kosovo è uno Stato parzialmente riconosciuto e amministrato dall’ONU, ma gode di ampia autonomia, con enti locali, polizia e un governo democraticamente eletto. Anche l’Artsakh, da decenni, ha una struttura statale compiuta, con un governo eletto dai cittadini, enti locali, infrastrutture pubbliche, esercito e polizia. Auspico che l’UE si attivi per riconoscere e difendere, finalmente, lo Stato e la popolazione dell’Artsakh.

Pensi che la reticenza a pronunciarsi per l’indipendenza sia da cercare nel timore di aprire un fronte con la Turchia di Erdogan che minaccia di far arrivare in Europa i tanti profughi siriani?

La reticenza proviene anche dalla questione profughi ma anche da altri diversi fattori: in primis gli interessi economici e dunque la ricattabilità a cui sono sottoposti interi comparti privati ma anche settori pubblici di molti stati europei, l’approvvigionamento energetico, la presenza della Turchia nella Nato e la mancanza di una linea di politica estera e di strategia geopolitica unica a livello europeo. Erdogan, il 16 ottobre scorso, pronunciò queste parole: “Se si continua in questo modo, nessun europeo in qualsiasi parte del mondo potrà camminare tranquillo per le strade”. Siamo ancora sicuri che non dobbiamo preoccuparci in Europa della guerra in Nagorno-Karabak? Oppure tale conflitto rappresenta la linea di scontro reale fra Turchia e Europa, che si sta riflettendo nel caos degli attentati in Francia e Austria di queste ultime settimane? Attentati che ricordano appunto le parole di Erdogan citate sopra e che, ovviamente, oltre ad avere lo scopo di generare terrore hanno anche quello di distogliere l’attenzione dalla guerra del Nagorno-Karab-kh. Ricordiamoci che l’Armenia è ora più che mai il confine d’Europa.

Antonio Banchig

Foto di Roberto Travan

Stepanakert, cimitero monumentale. La disperazione dei genitori di un militare ucciso nell’offensiva turco-azera iniziata il 27 settembre 2020 (Foto: Roberto Travan)