La possibilità di introdurre lo sloveno come materia nelle scuole italiane, i problemi relativi all’insegnamento della lingua slovena in Val Canale ed i progetti per l’avvio di un percorso d’istruzione plurilingue nel territorio al confine con Austria e Slovenia hanno caratterizzato il primo mese dell’anno scolastico 2017/2018. Ne abbiamo parlato con l’assessore regionale competente Loredana Panariti, che a metà settembre ha partecipato anche ad un incontro al Ministero dell’Istruzione.

Nell’ultimo incontro con la ministra Fedeli a Roma, visto il crescente numero di richieste da parte delle famiglie, avete discusso anche dell’insegnamento della lingua slovena nelle scuole italiane. Come intendete procedere? Si tratta di un progetto pensato solo per la provincia di Trieste o potrebbe essere allargato anche ad altri territori?
“In attesa che l’insegnamento dello sloveno come seconda lingua comunitaria possa essere inserito nell’ordinamento, percorso che abbiamo intrapreso, procederemo con la sperimentazione per quanto riguarda le scuole secondarie di primo grado, cioè le medie. Ci sono anche secondarie di secondo grado che hanno fatto la richiesta di inserire lo sloveno tra le materie d’insegnamento e credo vadano valutate anche queste. Penso che andrebbe data la possibilità, e ne discuteremo con l’Ufficio scolastico regionale, di allargare la sperimentazione anche ad altri territori, nel rispetto del ruolo e delle prerogative delle Autorità e degli organismi scolastici della nostra Regione.”

Nel frattempo con l’avvio dell’anno scolastico 2017/2018, circa 250 bambini di alcune scuole d’infanzia e primarie della Val Canale sono stati privati delle ore d’insegnamento della lingua slovena, finanziate per diversi anni dalla Comunità montana grazie ai fondi della legge 38/2001 e nell’ultimo anno dall’associazione don Mario Cernet. Un’interrogazione su questo tema è stata presentata anche dal consigliere regionale Igor Gabrovec. Cosa può o intende fare la Regione per evitare che ci sia un indebolimento dell’offerta formativa in quelle scuole?
“È importante che nelle scuole della Val Canale – una realtà quadrilingue riconosciuta per legge (art. 5 L. 38/2001) – trovi il giusto spazio e riconoscimento l’insegnamento dello sloveno e delle altre lingue presenti. È un tema che va affrontato con grande serietà e competenza senza populismi e facili demagogie: non è affatto vero che in seno alla Commissione regionale consultiva per la minoranza slovena sia stato espresso parere negativo in ordine ad una domanda di contributo dai fondi statali della legge di tutela della minoranza slovena per l’insegnamento della lingua slovena in Val Canale. Di fronte ad un’istanza imprecisa e carente nella forma e nei contenuti è stato chiesto di formulare in maniera più precisa, con adeguato progetto, con il dettaglio delle ore di insegnamento indispensabili e con la modalità di selezione degli insegnanti, quella che oggi appare una generica istanza di contributo. Le associazioni richiedenti sono state invitate perciò a definire correttamente le proprie richieste anche al fine di un necessario coordinamento con altri interventi ed iniziative in corso.”

In Val Canale da molti anni si discute della possibilità di introdurre l’insegnamento plurilingue nel sistema scolastico locale. Come valuta il progetto che le è stato presentato nell’incontro con l’assessore all’istruzione di Tarvisio Barbara Lagger e le professoresse Doris Siega e Debora Madotto, vicarie del Bachmann? Il progetto è stato preso in esame anche durante il suo ultimo incontro con la ministra Fedeli? Quali sono le possibilità che venga realizzato?
“All’interno della realtà regionale il tarvisiano si distingue per la presenza di quattro lingue distinte (italiano, friulano, tedesco e sloveno) che, oltre ad appartenere al patrimonio culturale della popolazione, sono usate comunemente anche nelle scuole in quanto previste nei piani dell’offerta formativa.
Sussistono tuttavia delle criticità. Per un verso, esiste un vincolo di assegnazione dell’organico di diritto di insegnanti sul solo conteggio dei bambini di cittadinanza italiana che comporta l’esclusione dal conteggio dei bambini provenienti dagli Stati europei contermini; andrebbe quindi legittimata l’iscrizione e la frequenza nelle scuole italiane dei cittadini comunitari, anche se minori, indipendentemente dal numero dei bambini di cittadinanza italiana. Per altro verso, poi, non vi è una previsione normativa che consenta la costituzione di istituti plurilingue capaci di favorire lo sviluppo di un plurilinguismo caratterizzato da competenze più articolate e bilanciate fra le varie lingue che fanno parte del curriculum scolastico. Andrebbe pertanto considerato all’interno della legge 15 dicembre 1999, n. 482 un intervento normativo che – analogamente a quanto disposto dall’articolo 12 della legge 23 febbraio 2001, n. 38 – preveda la possibilità di istituire scuole plurilingue.”

In provincia di Udine, l’unico istituto scolastico ad offrire l’insegnamento bilingue in sloveno ed in italiano è l’Istituto comprensivo Paolo Petricig di S. Pietro, scelto per questo anche dalle famiglie dei comuni limitrofi delle Valli del Natisone e del Cividalese. Quest’anno il Comune di Pulfero ha interrotto il servizio di scuolabus per i bambini che frequentano la scuola d’infanzia bilingue, motivando la propria decisione con il fatto che ci sia una scuola d’infanzia, monolingue, anche sul territorio comunale. Qual è la sua opinione in merito?
“Le amministrazioni comunali non hanno l’obbligo di garantire i trasporti per le scuole dell’infanzia nè per il proprio comune, nè per i comuni limitrofi. In questo caso, il comune di Pulfero ha interrotto un servizio sempre erogato per evitare – se ho capito bene – che il numero dei bimbi della scuola dell’infanzia comunale si riduca ancora. Purtroppo il tema dello spopolamento di alcune aree e delle conseguenti possibili chiusure di plessi scolastici è un tema che riguarda diversi luoghi della nostra regione. Noi cerchiamo di mantenere in vita le scuole perché esse sono sempre un elemento centrale delle comunità, tuttavia diventa difficile erogare servizi che hanno un costo molto significativo per un numero molto piccolo di bambini. Mi auguro che si possa trovare una soluzione che tenga conto delle preoccupazioni del sindaco e, allo stesso tempo delle esigenze delle famiglie che hanno iscritto i propri figli nella scuola di San Pietro.” (T.G.)