Queste Valli sono al centro dell’Europa

L’intervento che la senatrice Tatjana Rojc ha tenuto venerdì 6 gennaio al 59º Dan emigranta.

 

Reka med rekami,
slana beseda,
žila sestradanih,
kvasnica gneva,
jutro odhoda,
vlak brez postaje,
Nediža,
Nediža.

Fiume tra i fiumi,
parola di sale,
di miseri vena,
fermento di rabbia,
all’alba il partire,
il treno scandisce
Nadissa,
Nadissa.

È sempre un’emozione tornare nelle valli della Benecia e ritrovare, di volta in volta, nuove idee, ritrovare gli stessi amici, acquisirne di nuovi. Le nostre Valli così splendide e così martoriate dalla povertà e dalla politica, da quei servizi deviati che incutevano paura, seminavano terrore e rispondevano spesso al nome di Gladio.
Una politica che oggi raramente investe per mantere vivo questo territorio, spopolato di proposito. Perché davano fastidio queste genti così tenaci, così ingegnose, così attaccate alle loro case, a quei paesi arroccati tra i boschi. Che parlavano lo sloveno con una loro cadenza particolare dove le parole stesse suonavano come una melodia. Una musica. E che molti oggi ancora non vogliono riconoscere come parlata dialettale di una lingua europea standardizzata da secoli, come testimoniano i manoscritti medievali di Castelmonte.

Tornavano per Natale, questi emigranti con i volti solcati dalle fatiche, per ritrovarsi in famiglia, rinnovare le tradizioni delle feste, sentire il profumo delle gubance, dei ciocchi che venivano accesi prima di Natale e mantenevano vivo il focolare fino all’Epifania, come per segnare il passaggio dal buio verso la luce. E poi, il 6 gennaio, prima di ripartire, ritrovavano la comunità, quella famiglia allargata che condivideva lo stesso destino, per l’ultimo ballo, il canto, le storie comuni, prima di ritornare alle terre lontane. Mantenendo viva questa lingua materna, vituperata e umiliata, che era, invece, per loro, il battito del cuore. Era lo sguardo delle madri e dei padri che li attendevano. I versi di Miroslav Košuta che ho voluto citare, ci ripropongono quel dolore scandito dallo scorrere del Natisone che chi vi parla ha voluto riprendere con la variante in latino usata da Plinio II, e simile allo sloveno. Il giorno dell’Epifania, una storia importante dunque: quella degli emigranti che, dopo le feste di Natale, si concedevano l’ultimo guizzo di allegria, prima di intraprendere, come ogni anno, il viaggio per terre lontane, magari per il Belgio, per le miniere come quella di Marcinelle. Per Paesi lontani, dove la fatica di guadagnarsi il pane, di sfamare le famiglie, di aiutare chi era rimasto, era infinita.
La presenza, lo scorso anno, del Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor, così come la visita del Sottosegretario Ivan Scalfarotto segnano indubbiamente il valore e l’attenzione dei nostri due Paesi nei confronti di questa terra e delle sue peculiarità. Come un albero rigoglioso la voce della Benecia e del Natisone, lo abbiamo sentito, appunto, nei versi di Miroslav Košuta, si propaga in qualcosa di incredibile, attraverso un nucleo incredibile in cui ogni costruzione, ogni pietra, ogni scalino sanno raccontare una propria storia.
Il suolo che attraversiamo noi europei esiste perché esistono luoghi come la Slavia veneta che rappresenta, con i suoi circoli, specie quello che porta il nome di monsignor Ivan Trinko, o l’Istituto per la cultura slovena, l’essenza della ricerca e della conferma di qualcosa che non possiamo dissipare: rappresentano il punto di riferimento, per chi sa che queste Valli – che tentano di ritrovare una propria autonomia economica anche attraverso la collaborazione con le genti di oltre-confine – hanno bisogno di sostegno. Sostegno significa, però, in questo caso una visione, un progetto politico che deve essere condiviso da Amministrazioni locali, Regione, Istituzioni statali e che determini finalmente lo sviluppo economico, sicuramente ecosostenibile, per dare forza a chi vuole tornare per ripopolare i paesi, le case, le attività. Il Dan emigranta – Giorno dell’emigrante, rappresenta da decenni un appuntamento irrinunciabile per chi intende riflettere in libertà. Queste Valli sono al centro dell’Europa, quell’Europa in cui sono il dialogo, la reciproca conoscenza, il rispetto a rappresentare la sua centralità. Ce lo ricorda dal 2001 la Legge 38 che tutela la comunità slovena in Italia e mette, finalmente, sullo stesso piano degli sloveni di Trieste e Gorizia anche quelli meno fortunati della provincia di Udine. Ce lo ricorda la nostra scuola bilingue di San Pietro al Natisone che è oggi un riferimento per molte famiglie slovene e italiane, nata dal coraggio dei Benečani e statalizzata proprio grazie alla Legge 38/2001. Ce lo ricordano le pagine del Novi Matajur e del Dom che leggo sempre con grande attenzione.
Questa terra dalla bellezza arcana che abbiamo a lungo abbandonato a se stessa, riprenda con forza la propria energia ancestrale, ne ribadisca l’importanza. Questa terra, terra di emigranti, saprà accogliere chi vorrà aiutarla, e noi ci impegneremo tutti in tal senso, per scrivere un capitolo nuovo all’ombra del Matajur.
Tatjana Rojc

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