Nel 1986 sul Matajur c’erano ancora gli impianti di risalita, i pascoli erano curati fino negli angoli più angusti per le necessità dei tanti allevatori sia sul versante di Mersino che dalla parte di Savogna. Il turismo di montagna, soprattutto d’estate, era un’attività cui si dedicavano escursionisti esperti.
Due ragazzi presero allora in gestione il rifugio Pelizzo: Isabella De Crignis e Stefano Sinuello. Oggi, 35 stagioni dopo, la loro esperienza si conclude. La sezione CAI di Cividale ha infatti pubblicato un nuovo invito ad offrire e già nelle prossime settimane il Pelizzo avrà una nuova gestione. Lasciano a malincuore ci dice Isabella De Crignis in questa intervista. Anche perché, pur essendo arrivati da fuori, ormai sentono di appartenere a questi posti dove hanno cresciuto i loro figli (Nico è assessore del Comune di Savogna e Angelo è una guida naturalistica) e dove hanno vissuto in prima persona le profonde trasformazioni della montagna simbolo delle Valli del Natisone.

Come mai non avete partecipato all’invito ad offrire del CAI
di Cividale?

Dopo le prime stagioni, quando sono stati dismessi gli impianti di risalita, abbiamo deciso di cambiare la vocazione della struttura, rendendola un luogo fruibile prevalentemente d’estate, o – meglio – dai primi di aprile fino a circa metà novembre. All’inizio abbiamo tenuto aperto durante il periodo di Natale e Capodanno. Poi abbiamo verificato che economicamente era assolutamente sconveniente. Il Matajur è una ‘collinona’ di 1600 metri, ma d’inverno ci sono tante giornate in cui non si superano gli zero gradi. La proposta del CAI, oltre ad un aumento del 40 per cento del canone, prevede che oltre alle vacanze estive il rifugio resti aperto almeno per 10 weekend dei mesi invernali. Il che, tradotto, significa tutto l’anno. E qui, perché la struttura possa aprire per un weekend bisogna venire su a riscaldare già diversi giorni prima. Non è una scelta che crediamo sia economicamente sostenibile. C’è anche il problema della strada: il Comune non può garantire che venga pulita in caso di neve. Per limiti economici, giustamente, provvede prima a pulire le strade di collegamento per i paesi utilizzate dai residenti. E solo se ne ha la possibilità apre la strada fino al rifugio. Il CAI poi, oltre a queste nuove clausole, non ha offerto nulla ai potenziali gestori. Si sarebbe potuto pensare a una motoslitta e a una pista innevata come avviene in qualche rifugio in Trentino – anche se le peculiarità del Matajur rendono difficile anche questa opzione – ma non è stato proposto nulla in questo senso.

Come avete visto trasformarsi la montagna in questi anni
da gestori?

Il Matajur è cambiato tantissimo. Al giorno d’oggi non ci sono più gli allevatori nei paesi, non ci sono più mucche. Quando siamo arrivati ce n’erano tantissime, la zona verso le malghe sopra Mersino era molto utilizzata. Anzi, allora, il problema per le famiglie era che non potevano permettersi una mucca in più perché non c’era abbastanza pascolo a disposizione. Oggi l’abbandono dei pascoli si vede ad occhio nudo. In questi giorni ho riguardato le vecchie foto e tutto intorno al rifugio non c’era nemmeno un albero. Ora il bosco si sta prendendo il posto lasciato dall’uomo.

Sono cambiati anche i visitatori?
Sono cambiati soprattutto in questi due anni e in questo periodo post-covid. La pandemia ha dato alle persone la sensazione che la montagna sia un posto sicuro. Il numero dei visitatori è quindi aumentato di molto da noi, ma in generale su tutta la montagna del Friuli. Il punto è che spesso arrivano persone non preparate che rischiano di trovarsi in serie difficoltà, basti vedere il forte aumento degli interventi del soccorso alpino. Certo qui al Pelizzo, che è raggiungibile con la strada asfaltata, sono sempre venute persone solo per fare quattro passi. Negli ultimi due anni però anche qui sono capitate situazioni pericolose che sarebbero potute finire anche in modo tragico, proprio perché gli escursionisti non erano pronti ad affrontare le difficoltà che possono presentarsi. Per quanto sia un monte dolce e ‘facile’ d’estate, il Matajur diventa impervio e ostile d’inverno, soprattuto con la nebbia e la neve, perdere l’orientamento è un attimo. Sarebbe necessario istituire dei tavoli con gli enti che si occupano di montagna in modo professionale che possano elaborare una strategia per la formazione degli escursionisti.

Come sono stati i rapporti con la gente del posto, con le associazioni e il comune di Savogna?
Abbiamo avuto sempre buoni rapporti con le realtà associative locali. Con la Planinska družina Benečije che gestisce, in modo diverso e su base volontaria, l’altra struttura sulla montagna. Con la Pro Loco Nediške doline, che abbiamo contribuito a fondare ai tempi dei comitati No-Radar. Ottimi i rapporti con il sindaco attuale (Germano Cendou ndr.) ma ci siamo trovati bene anche con le amministrazioni precedenti con cui abbiamo sempre collaborato.
Vorrei ricordare poi l’ottimo rapporto che abbiamo avuto con Giovanni Pelizzo ai tempi della sua presidenza del CAI di Cividale. Quando siamo arrivati qua eravamo due ragazzi, ma con Giovanni abbiamo subito instaurato un rapporto di fiducia reciproca. Ogni volta che avevamo la necessità di migliorare la struttura – grazie alle abilità di mio padre – ci siamo sempre venuti incontro, bastava una telefonata. Poi dopo la fine del suo mandato il procedimento è diventato molto più burocratico e difficoltoso con tutte delle ritualità da rispettare.
Soprattutto però, ci siamo trovati benissimo con la gente di qua. Pur non essendo originari di questo posto abbiamo ricevuto, in questi giorni per noi difficili, tantissime testimonianze di affetto. Sono persone meravigliose. Quando stai ‘troppo’ tempo in un posto in qualche modo lo senti tuo, senti di appartenergli.
Spero che il Matajur continui ad essere tutelato così da queste persone che lo vivono, che si continui a non dar retta a chi vorrebbe costruirci antenne e strade o a trasformarlo in un parco giochi. Spero che resti dei valligiani che lo vivono perché, checché ne dicano i cividalesi, questa è la montagna dei valligiani.

Che augurio si sente di fare ai nuovi gestori?
Auguro tutto il meglio. Spero che mantengano questo posto con altrettanto amore. Che tutelino la montagna da chi la vorrebbe trasfigurare con opere impattanti affinché, come detto, resti la montagna dei valligiani. Che possano apprezzarne la flora e la fauna uniche dal punto di vista naturalistico. E che possano lavorare bene ora che la frequentazione sta aumentando.
Concedetemi in chiusura di ringraziare alcune persone. La gente della mia valle che è stata sempre vicina a noi in questo lungo percorso. I nostri amici che, come spesso accade nei rifugi hanno anche lavato qualche piatto, e tutta la mia famiglia. Ma soprattutto Luca che collabora con noi da tanti anni e non vuole mai essere menzionato, ma che è stato davvero un grandissimo compagno di lavoro e di viaggio.