C’è stata, certo, la reazione emotiva di fronte all’ennesimo caso di femminicidio. Eppure il successo della mobilitazione dello scorso 25 novembre, organizzata da ‘Non una di meno’ nelle piazze di tutta Italia, è stato anche il segno – evidente – che dai grandi centri alle periferie le rivendicazioni legate alla questione di genere hanno radici profonde. Più profonde di quello che propone il dibattito politico. Ne parliamo, in questa intervista, con Elena Tuan – di Ponteacco (San Pietro al Natisone) – consulente e liberation strategist, specializzata in Studi di genere e sulle donne all’Università di New York e alla Utrecht University.

C’è stata, certo, la reazione emotiva di fronte all’ennesimo caso di femminicidio. Eppure il successo della mobilitazione dello scorso 25 novembre, organizzata da ‘Non una di meno’ nelle piazze di tutta Italia, è stato anche il segno – evidente – che dai grandi centri alle periferie le rivendicazioni legate alla questione di genere hanno radici profonde. Più profonde di quello che propone il dibattito politico. Ne parliamo, in questa intervista, con Elena Tuan – di Ponteacco (San Pietro al Natisone) – consulente e liberation strategist, specializzata in Studi di genere e sulle donne all’Università di New York e alla Utrecht University.

La partecipazione alla mobilitazione dello scorso 25 novembre in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata straordinaria. Da anni – forse qualche decennio – non si vedevano tante persone in piazza. Da quelle più centrali, 500mila a Roma, a quelle più ‘periferiche’ come Udine con un lungo corteo di 5mila 500 persone. Come valuta questi numeri? Crede sia solo l’effetto dell’onda emotiva del ben noto caso di cronaca o c’è una nuova consapevolezza?

Questi numeri parlano forte e chiaro. Anzitutto, questi numeri non sono solo numeri. Sono persone che il cambiamento il 25 novembre l’hanno portato in piazza e che continuano a portarlo nella loro vita ogni singolo giorno, attraverso le loro scelte, parole e azioni. Questa per me è la dimostrazione che non solo esiste un forte desiderio di cambiamento, ma che quel cambiamento è già fortemente in atto. Non penso si tratti solo di un’onda emotiva, anche se il femminicidio di Giulia Cecchettin ha in qualche modo scritto una nuova pagina all’interno di un copione fin troppo noto. Ma al di là delle possibili interpretazioni, qui parlano anche i fatti. Forse, per la prima volta, un familiare della vittima, in questo caso Elena Cecchettin, ha parlato con estrema lucidità della violenza esercitata sulla sorella Giulia Cecchettin, come di un fenomeno sistemico prodotto della società e cultura patriarcale, una violenza compiuta non da un “mostro”, ma da “un figlio sano del patriarcato”. L’autrice ed attivista Audre Lorde ci ha insegnato quanto è cruciale riuscire a parlare delle tirannie che ingeriamo ogni giorno e che ci uccidono in silenzio, di quanto è liberatorio rompere quel silenzio e dare loro un nome. A questo processo Lorde si riferisce come alla trasformazione del silenzio in parole e azioni. Ecco, forse non è un caso che, come riportato da ANSA, a seguito delle parole pronunciate da Elena Cecchettin in televisione, le richieste di aiuto al numero antiviolenza 1522 siano raddoppiate.

Ha suscitato non poche polemiche, già alla vigilia, il manifesto con cui Non una di meno ha ‘chiamato’ alla mobilitazione. In particolare la ferma condanna dei bombardamenti di Israele nella striscia di Gaza. Al di là delle strumentalizzazioni della politica, vorrebbe spiegare il concetto di ‘intersezionalità’ che da sempre caratterizza l’attività di Non una di meno?

Viviamo in una società in cui è considerato radicale volere le persone vive e i loro bisogni soddisfatti. Ma è davvero così controverso scegliere di stare dalla parte della vita e della libertà? Sì, in un mondo che non è assolutamente fatto per tutelarle. Sì, quando vita e libertà non si limitano più ad essere valori astratti verso cui tendere ma realtà materiali da tutelare. Sì, quando parliamo della vita e della libertà di persone considerate “meno persone di altre”. L’intersezionalità riguarda proprio questo. L’intersezionalità è un concetto introdotto dal femminismo nero che ci invita a riconoscere che la nostra esperienza del mondo è il risultato di un’intersezione tra elementi diversi – genere, razza, classe, orientamento sessuale, provenienza, tra altri. Non siamo un’unica cosa, ma sempre l’intersezione di tante. Questa intersezione, diversa per ciascuno di noi, determina la nostra esposizione a possibili violenze e discriminazioni così come i nostri privilegi. L’intersezione non va pensata come qualcosa di astratto, ma come un set di condizioni materiali che producono effetti reali sulla nostra vita. Un esempio concreto? In quanto donna, rientro nella famosa statistica delle donne – una su tre – che hanno subìto violenza almeno una volta nella vita. In quanto donna bianca, però, non mi è mai capitato di essere vittima di pregiudizi, discriminazione e violenza razzista. In quanto donna bianca in una relazione eterosessuale, però, posso camminare per strada mano nella mano con il mio partner senza temere per la nostra incolumità. In quanto donna bianca cresciuta in una famiglia medio-borghese, ho avuto il privilegio di studiare all’Università e specializzarmi sia in Italia che all’estero. In quanto donna bianca specializzata perché medio-borghese e italiana, mi trovo in questo momento a rispondere a questa intervista anziché lottare per la sopravvivenza tra il boato delle bombe. Ecco allora cosa suggerisce l’intersezionalità all’interno dei nostri movimenti. La lotta non è mai una: o è tutte o nessuna.

Nei giorni successivi non sono mancate le reazioni. Da un lato, nel campo del centrodestra, fra organi di stampa e partiti, ci sono stati pesanti attacchi, alcuni nel merito, altri legati all’isolato episodio al corteo di Milano con le scritte sulle serrande della sede di Pro vita. Nemmeno nel centrosinistra ci sono state adesioni particolarmente entusiaste. Come crede proseguirà la mobilitazione nei prossimi mesi? Crede possa scompaginare il quadro politico?

Una cosa è certa: siamo qui per restare. Personalmente penso che il quadro politico sia già stato scompaginato. Non mi riferisco alla politica istituzionale ma a quella apartitica, portata avanti dal basso, che sta riuscendo a cogliere delle istanze e a rispondere a dei bisogni che non riescono più a trovare spazio o ascolto nella prima. Parlo di una politica meno focalizzata sul prossimo mandato e più sul tipo di mondo, più socialmente giusto e sostenibile, che desideriamo lasciare alle prossime generazioni.

L’unica proposta della politica, ad oggi, è quella di introdurre una qualche forma di educazione nelle scuole. Qual è la sua opinione nel merito? Come crede dovrebbe svolgersi questa ‘educazione’?

Per quanto riguarda le scuole, per essere efficace, questa educazione non dovrebbe essere facoltativa ma curricolare. Cominciare dalla scuola dell’infanzia, come già accade in molti Paesi in Europa, per procedere in modo graduale e costante. Comprendere l’educazione di genere, sessuale, affettiva e relazionale. Essere il risultato di politiche e sforzi di professionisti competenti con rilevante esperienza nel settore, sicuramente non di figure professionali che dimostrano di non averne alcuna, negando la violenza maschile sulle donne e definendo queste ultime “cattive come il diavolo”. Inoltre, sappiamo bene che l’educazione non si limita al solo spazio della scuola. Sarebbe riduttivo e inefficace pensare che l’educazione nelle scuole possa costituire una misura sufficiente. L’educazione passa anche attraverso la famiglia, la comunità, il luogo di lavoro, i media, la cultura, la società nel suo insieme. Educare nelle scuole è vitale; letteralmente, è una questione di vita o di morte. Ma educare solo nelle scuole è come fare un passo avanti e tre indietro. Per questo, sarebbe necessario creare altri strumenti – e spazi dove poterli acquisire – per dis/imparare sia a livello individuale che collettivo ciò che continuiamo a riprodurre naturalmente in assenza di un’educazione contraria e più consapevole. Quest’ultima non deve coinvolgere solo gli studenti, ma proprio tutti: genitori, insegnanti, personale medico-sanitario, forze dell’ordine, giornalisti, avvocati, magistrati, legislatori, politici, carcerati, migranti, tra altri. Devono cambiare le leggi, le norme, le rappresentazioni culturali, il modo di fare informazione e politica… Il processo sarà lungo e i risultati non li vedremo necessariamente nell’arco della nostra vita. Ma di una cosa sono convinta: questo processo è una nostra responsabilità.

Quali ‘pratiche’ potrebbero essere davvero utili per spezzare il propagarsi della ‘cultura dello stupro’?

Vedi la risposta alla domanda precedente, dove mi sono concentrata su misure sistemiche e strutturali, che riguardano dunque la società nel suo insieme e che sono anche una responsabilità istituzionale. Ma non esclusivamente. Perché possiamo e dobbiamo fare molto, anche a livello individuale, per essere veicoli del cambiamento che desideriamo vedere nel mondo. Anzitutto, è fondamentale riconoscere che la cultura dello stupro costituisce il sottosuolo in cui siamo cresciuti. Perché sta sotto, non è sempre visibile, né facilmente riconoscibile. Ma è ciò che ci ha nutrito, volenti o nolenti. A forza di starci dentro, abbiamo finito per normalizzarla, per scambiare il possesso e la gelosia per ‘un eccesso di amore’, la violenza per ‘goliardia’, le molestie per dei ‘complimenti’, il consenso entusiasta per un’‘assenza di dissenso’. Il primo passo è ammetterlo. Si tratta di uno sforzo in cui dobbiamo essere pronti a mettere in discussione le nostre certezze. Riconoscere la nostra complicità. Assumerci le nostre responsabilità. Significa farla finirla con il #notallmen [non tutti gli uomini] e cominciare invece a chiederci perché tutte le donne hanno una storia di violenza da raccontare o conoscono una donna che può farlo. Significa iniziare ad ascoltare per comprendere e non più per rispondere. Significa lasciare la nostra zona di comfort per imparare a stare in conversazioni difficili. Il secondo passo è approfondire, un lavoro che dobbiamo fare tutti e tutte, perché come scriveva James Baldwin, “l’ignoranza alleata al potere costituisce il nemico più feroce che la giustizia possa avere”.Oggi abbiamo tante risorse a nostra disposizione, sia online che offline. Penso a chi fa divulgazione sui social, a corsi, documentari, libri, eventi, associazioni che trattano sempre più di questi temi. Il terzo passo è, quando assistiamo a una violenza, non solo saperla riconoscere ma anche provare a interromperla, a costo di risultare scomodi. Ogni qual volta possibile, accogliere il difficile compito di far notare a chi ci sta accanto, amici e amiche, persone familiari e sconosciute, che quello che stanno facendo non è ok o addirittura, se applicabile, costituisce un reato. Seguono esempi di reati che tendiamo a normalizzare, come riportato recentemente dall’avvocata Cathy La Torre: controllare il cellulare della o del partner; vietare alla o al partner di uscire o parlare con determinate persone; isolare il o la partner, insultare, minare la sua autostima, limitare la sua libertà; seguire o tempestare di messaggi e chiamate l’ex, appostarsi sotto casa; insistere per avere rapporti sessuali minacciando una scenata davanti a un no.

Fra i critici del movimento si sta diffondendo la narrazione per cui – a prescindere dal criterio che si sceglie per il conteggio delle vittime – i femminicidi in Italia non sarebbero un’emergenza. Più volte però movimenti e associazioni – istituzionali o della società civile – che si occupano del tema della violenza di genere sottolineano che questi siano solo la stretta punta dell’iceberg di una serie di comportamenti. Potrebbe chiarire qual è la vera portata dei fenomeni di violenza e discriminazione di genere?

Non basterebbe una conferenza per offrire una risposta esauriente a questa domanda. Rispetto al fatto che per alcune persone questo fenomeno non costituisca un’emergenza, mi limito a riportare quanto condiviso qualche settimana fa sul mio profilo Instagram: “Quando non siamo affamati di giustizia è solitamente perché siamo troppo pieni di privilegio”.

Ad agosto dello scorso anno è stata fra le organizzatrici di Lucha e Festa a Ponteacco, il suo paese. Un momento di confronto sulle molteplici sfaccettature del femminismo in una zona diremmo ‘marginalizzata’. Pensa potrebbe essere utile riproporla in futuro?

Certamente. Anzi, dirò di più. Ora che ho concluso la mia specializzazione in ‘Studi di Genere e sulle Donne’ e sono tornata a vivere nelle Valli del Natisone, intendo avviare una serie di appuntamenti con cadenza periodica al servizio della comunità e del territorio. A Lucha e Festa avevano partecipato più di 50 persone, devo ammettere, oltre ogni mia aspettativa. Tuttavia, pochissime tra loro erano originarie delle Valli del Natisone. Mi auguro, con il tempo e la cura che intendo mettere in questo nuovo progetto, di poter coinvolgere sempre più persone a livello locale, anche grazie alla collaborazione di diverse realtà che si sono dimostrate sensibili a queste tematiche e che riconoscono la necessità di lavorarci insieme per il bene di tutta la comunità. A breve più informazioni… spero!