potres76aAlle testimonianze di Danilo Clemente (Resia), Guglielmo Cerno (Alta Val Torre) e Dušan Jug (Valle dell’Isonzo), nel primo dei tre appuntamenti organizzati a quarant’anni dal terremoto dall’Istituto per la cultura slovena, è seguita la relazione di Giuseppe Firmino Marinig, ex sindaco di S. Pietro al Natisone, a suo tempo anche consigliere provinciale e presidente della Comunità montana. La sua analisi ha riguardato quindi il ruolo degli enti pubblici e dei comitati locali nel periodo successivo al sisma. Alla costernazione e ad una certa sfiducia nello Stato iniziali, ha spiegato, è subentrata la voglia di ricostruire. “L’allora presidente della Regione, Comelli – ha detto Marinig – ha saputo coinvolgere tutte le istituzioni, dal Governo nazionale è stato dato ai sindaci il mandato di funzionari delegati nella gestione della ricostruzione, la migliore scelta politica possibile.” Ma un altro aspetto è stato anche sottolineato da Marinig, quello della valorizzazione della lingua e cultura locale, a cui  contribuirono amministrazione locali, Chiesa e volontari. In questo ebbe un ruolo anche l’apertura di esperti della zona, in primis dell’architetto Valentino Zaccaria Simonitti, nei confronti delle tecniche di ricostruzione adottate in Slovenia.
Ed un protagonista di quegli interventi, Miha Tomaževič, docente universitario a Lubiana e attivo da decenni presso l’Istituto per l’edilizia della Slovenia (Zavod za gradbeništvo Slovenije) ha raccontato la sua esperienza che ha origini in terremoti di poco precedenti quello in Friuli: nel 1963 a Skopje, in Macedonia, e nel 1969 a Banja Luka, in Bosnia Erzegovina. Chiamati a dare il proprio apporto già dopo il sisma del maggio 1976, i tecnici sloveni dirottarono la propria attenzione soprattutto su Lusevera, appoggiandosi sulla manodopera della ditta Benedil. L’intervento su una casa in particolare ebbe il ‘battesimo’ qualche mese dopo, in settembre, con le ulteriori forti scosse che non danneggiarono minimanente l’edificio.
Nel 1977 la Regione nominò un rappresentante dell’istituto sloveno nel Gruppo interdisciplinare centrale chiamato a predisporre tecniche e legislazioni necessarie per la ricostruzione in Friuli. Fu il riconoscimento, non l’unico, del contributo degli esperti sloveni, e in qualche modo anche della presenza della minoranza slovena nella provincia di Udine.
Ma come cambiò la cultura delle costruzioni in questa zona transfrontaliera dopo il terremoto? Ha risposto esaurientemente l’architetto Renzo Rucli: “Prima avevamo un’architettura rurale dotata di una forte identità, ma che era stata appena devastata dall’impatto delle nuove tecnologie, dall’uso dei laterizi a quello del calcestruzzo e dell’intonaco. Con il terremoto prevalse l’idea della salvaguardia dell’architettura storica superstite.” Lo si dovette in particolare alla legge 30 del 1977, approvata da tutte le forze politiche regionali, nella quale si prevedeva la partecipazione alla progettazione e realizzazione delle opere di tutti i soggetti interessati sul territorio. L’articolo 8 in particolare diede valore ambientale, storico, etnico e culturale agli edifici storici danneggiati.
Vennero schedati 1850 edifici, buona parte di questi furono restaurati facendo loro conservare la propria identità storica. Per quando riguarda la nostra area, quelli recuperati furono 3 a Resia, 23 a Lusevera, 7 a Taipana, 112 nelle Valli del Natisone e 12 a Prepotto.  A più ampio respiro la conclusione di Rucli: “Il periodo del terremoto coincise con la fine della civiltà contadina in Benecia.”
L’iniziativa dell’Istituto per la cultura slovena proseguirà oggi, mercoledì 5 ottobre, alle 18.30, nella sala consiliare di S. Pietro. Interverranno Adriana Scrignaro, Raimondo Domenig, Črtomir Mihelj, Renato Quaglia, Živa Gruden, mons. Marino Qualizza, Iole Namor e Stefano Predan.
Giovedì 13, alle 20, presso il Centro culturale sloveno di S. Pietro, verranno proiettati i servizi televisivi della RTV Slovenija sul terremoto del 1976 (in collaborazione con il Museo di Tolmino) ed il documentario ‘6. maja na četrtek’ prodotto dai programmi Rai in lingua slovena, per la regia di Martina Repinc.