Slovenia e Catalogna fra affinità e divergenze

Nello sviluppo dalle conseguenze incerte e potenzialmente drammatiche della crisi catalana, il caso di scuola che viene citato da giuristi e osservatori è quello del processo che ha portato all’indipendenza della Slovenia. Similitudini e differenze fra le due situazioni sono state analizzate, lo scorso 20 ottobre, nella sede dell’Università di Udine di via Treppo, da Dimitrij Rupel, già ministro degli esteri sloveno, Bojan Brezigar, giornalista e politico, e Maurizio Maresca, docente di diritto internazionale della stessa università. Moderatore Omar Monastier, direttore del Messaggero Veneto.
Nella sua relazione Rupel, dopo un excursus storico sulla genesi del principio di autodeterminazione dei popoli, ha elencato una serie di condizioni necessarie affinché possa realizzarsi un progetto indipendentista. Secondo il politico e diplomatico sloveno alcune pre-condizioni in Catalogna esistono come esistevano in Slovenia alla vigilia del plebiscito: tradizioni e cultura diverse dallo Stato d’appartenenza, forme embrionali di istituzioni statuali (parlamento e sistema scolastico), forze armate proprie del territorio ed una certa autosufficienza economica. Le differenze sostanziali invece sono relative al contesto storico (il crollo dei regimi sovietici nel caso sloveno), l’ostilità dello Stato spagnolo nei confronti del referendum sull’indipendenza catalana che ha ordinato la repressione poliziesca sui civili, cosa che non avvenne durante il plebiscito sloveno e il tempo trascorso tra consultazione popolare e dichiarazione di indipendenza (18 mesi nel caso sloveno due giorni nelle intenzioni del governo catalano). Ultima e più importante differenza, ha rimarcato Rupel, il ruolo dell’Ue e, più in generale, della comunità internazionale. L’indipendenza slovena venne sostenuta da diversi paesi europei (Austria e Germania con la mediazione dell’Italia), quella catalana ad oggi non ha ‘amici’ né nell’Ue né nella comunità internazionale.
Brezigar ha quindi fatto un excursus storico sulla situazione catalana e sulle rivendicazioni di indipendenza. Si è soffermato in particolare sulla caduta di Barcellona nelle mani della corona dei Borbone l’11 settembre 1714 (oggi data della festa nazionale catalana), sulla repressione del regime di Franco nei confronti delle istanze autonomiste, sulla stesura della costituzione spagnola (1978), pensata principalmente da ex ministri Franchisti. Costituzione che prevede – ha spiegato Brezigar – una procedura “iper rafforzata” per le modifiche anche in tema di autonomie regionali: per cambiare le disposizioni infatti è richiesta una maggioranza di due terzi del Parlamento, l’indizione di nuove elezioni, la riconferma delle modifiche delle Camere rinnovate e la ratifica popolare tramite referendum.
La crisi odierna, ha quindi spiegato Brezigar nasce proprio con la politica del Partito Popolare spagnolo guidato da Rajoy che “per interesse meramente elettorale ha di fatto determinato la bocciatura dello statuto catalano predisposta dal governo Zapatero che dava alla regione una forma di autonomia equiparabile a quella dei Paesi Baschi”. Secondo Brezigar quindi, la scelta “anticatalana” del Partito popolare spagnolo ha polarizzato società civile e partiti della regione che, con una serie di manifestazioni di massa, hanno avanzato richieste di crescente autonomia. Fino alle elezioni catalane del 2015 in cui le forze indipendentiste hanno raccolto la maggioranza dei seggi del Parlamento (72 su 135) ed avviato le procedura referendaria. Se da un lato quindi i catalani hanno peccato nel darsi tempi troppo stretti per raggiungere l’obiettivo dell’indipendenza – senza per altro coinvolgere adeguatamente la comunità internazionale – l’errore principale, dai risvolti imprevedibili, è stato quello di Rajoy che ha scelto la via giudiziaria (con una repressione inaccettabile in uno stato di diritto) per risolvere un problema politico.
Secondo Maresca questa crisi ha dimostrato anche la debolezza del diritto internazionale che, affermatosi in via giurisprudenziale, non disciplina (se non per casi eclatanti come quelli delle ex colonie) il principio di autodeterminazione dei popoli. Una condizione che “va risolta – le parole di Maresca -, se la dottrina del diritto internazionale rifiuta di affrontare questo principio è destinata a fallire”.

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