“Un libro scritto da un falegname, scultore a tempo perso, che avrebbe fatto meglio a seguire dei corsi serali in italiano invece di mettere in mostra la sua incoscienza sulle strade di mezzo mondo.” Pio Domenis mi porge, assieme al libro ‘Diario su due ruote’ (non proprio una novità, è uscito anni fa come pubblicazione autoprodotta), un foglio scritto a mano dove leggo queste parole. Mi sembrano parole oneste e modeste allo stesso tempo, perché l’italiano del libro non sfigura rispetto a quello di autori affermati, e perché qui più della forma mi sembra importante la sostanza. E la sostanza, per Pio, 70 anni, di Pulfero, è sempre stata il movimento.
Quando chiedo di incontrarlo, lo faccio non solo perché racconti ai lettori del Novi Matajur l’esperienza del suo viaggio dall’Italia in India in bicicletta, narrata nel libro, ma perché sveli anche gli altri viaggi della sua vita. Alcuni pensati, ragionati, altri fatti d’istinto o, come vedremo, per necessità. Così inizio a chiedergli del suo viaggio più avventuroso, che sarebbe di per sé la trama di uno straordinario road-movie.
Pio, ricordo che un paio di anni fa hai iniziato a raccontarmi di quando sei scappato dall’Italia per sfuggire al servizio militare.
“Dunque, era il 1970, avevo 21 anni, ero appena tornato dal mio primo viaggio in India fatto tutto in autostop. Il secondo giorno a casa – ero tornato soprattutto per tranquillizzare mia madre – sono arrivati i carabinieri. Ero già renitente alla leva, mi ero giustificato perché lavoravo all’estero, in Svizzera.
Cosa facevi in Svizzera?
“Lavoravo a Ginevra come falegname nei cantieri. Sarei dovuto andare dall’India direttamente in Svizzera, ma mi sono fermato a casa. I carabinieri mi hanno portato al distretto, mi sono subito trovato sul treno diretto ad Alessandria per fare il CAR. A quel tempo l’obiezione di coscienza non esisteva, come alternativa alla leva c’era solo la prigione. Mi sono rassegnato. Finito il CAR volevano farmi fare un corso di caporale istruttore, io non mi ci vedevo, ma alla fine non avevo scelta. Prima del corso mi hanno dato una licenza di cinque giorni, per tornare a casa. L’ultimo giorno prima di rientrare cercavo un fazzoletto in un cassetto, e dentro vi ho trovato il mio passaporto, che i carabinieri avevano reso a mia madre raccomandandole di nasconderlo. Il passaporto era valido, l’ho preso e sono tornato una Svizzera. Là ho ripreso a lavorare, ma intanto mia madre mi scriveva che erano venuti a cercarmi i carabinieri. Mi sono detto che dovevo mettere più chilometri tra me e l’Italia, e sono partito per l’Africa.”
Sarai arrivato in Marocco…
“Il Marocco non era abbastanza lontano. Sì, là ci sono arrivato dalla Spagna, in autostop, poi in Marocco io e uno svizzero che ho incontrato abbiamo comprato una bicicletta ciascuno e abbiamo fatto 1500 chilometri nel deserto del Sahara.”
Incredibile. Com’è stato?
“Una cosa fantastica. Dal Marocco siamo entrati in Algeria, attraversando il Grande Erg occidentale, il secondo ‘mare di dune’ algerino, poi quando la distanza da un punto d’acqua all’altro era di oltre 200 chilometri abbiamo preferito non correre rischi. Abbiamo venduto le bici a un camionista per lo stesso prezzo che avevamo pagato noi. Abbiamo continuato in autostop ritrovandoci in Togo. Pensavo di continuare e in qualche modo provare a raggiungere il Canada, allora era facile avere la nazionalità canadese. Ma sono arrivato a quel mare, a quelle spiagge, alle palme di cocco…”
E quindi ti sei fermato.
“Per 18 anni. Ho cominciato a lavorare come falegname, ricordo che ho iniziato facendo quaranta sedie per un ristorantino sulla spiaggia, tutte a mano. Poi il console italiano mi ha presentato un imprenditore, poi ne ho conosciuto uno francese, mi ha insegnato a fare il capocantiere. Facendo quel mestiere sono rimasto là tutti quegli anni.”
Ti sei fatto anche una famiglia, nel frattempo.
“Sì, avevo conosciuto una donna nigeriana, abbiamo avuto due figlie. Con loro (la grande aveva 11 anni, la piccola 7) ad un certo punto sono tornato in Italia perché avevo un problema familiare.”
Ma tornando in Italia sono riapparsi i problemi legati alla fuga dalla leva militare?
“Sì! Era già accaduto. Dopo nove anni che ero in Togo, quando è nata la prima figlia, sono rientrato in Italia perché il mio salario era basso, non potevo accontentarmi… Mi hanno fermato già a Fiumicino, mi hanno fatto un verbale di tre pagine dove ho raccontato tutta la mia vita, alla fine mi hanno detto: “Ci scusi, ma è la prassi”, e mi hanno messo le manette. Mi hanno portato al carcere militare di Forte Boccea, ci sono rimasto tre giorni. Poi mi hanno spedito al CAR di Cosenza, e quindi in provincia di Salerno.”
E quindi alla fine non sei sfuggito al servizio militare.
“Ho fatto otto mesi, perché mi hanno decurtato due che avevo fatto nove anni prima, e due di precongedo. Avevo 31 anni, ero più vecchio del capitano…”
Torniamo all’Africa. O meglio al tuo ritorno in Italia. Cosa è successo poi?
“Volevo stabilirmi in Svizzera, conoscevo l’ambiente e sapevo che c’era lavoro, ma è sopraggiunta una crisi nell’edilizia. Così sono tornato in Italia, ma è stato un ripiego, almeno per le figlie, perché penso che dal punto di vista educativo per loro la Svizzera sarebbe stata meglio. Tutto sommato, però, sai, il nostro destino è sempre la cosa migliore che ci può capitare. Con il senno di poi, non posso lamentarmi. Ho avuto qualche tranquillità in meno e qualche sfida in più, ma le sfide fanno bene.”
Oggi dove vivono le tue figlie?
“Una alle Bahamas, fa l’istruttrice di immersione subacquea, e l’altra in Costa Rica, dove tiene corsi di formazione di yoga.”
Parliamo di questo viaggio in India in bicicletta, a cui hai dedicato un libro. È stato il tuo secondo viaggio in quelle zone, dopo quello in autostop quando avevi vent’anni. Come mai hai deciso di rifare quel viaggio?
“Perché il primo mi era piaciuto tanto.”
Cosa ti piace, il viaggio o il luogo che vuoi raggiungere?
“È il viaggio che conta, non la meta. Per la meta, tanto vale premere un bottone, accendere la televisione, e sei là. Ma un altro conto è arrivarci per via terrestre.”
Una cosa bella, di quel viaggio in bicicletta, e una, se c’è stata, negativa?
“Be’, non si potrebbero apprezzare le cose positive se non ci fossero quelle negative. Dopotutto la negatività non è che l’ombra del bello, dipende dove poniamo la nostra attenzione, sull’ombra o sulla bellezza. Anche durante questo viaggio qualcuno ha tentato di borseggiarmi, poi una baruffa con un ragazzo, un episodio di cui parlo nel libro.”
Hai trovato uguale o diversa l’India di questo secondo viaggio, rispetto alla prima volta?
“Mi ha subito colpito, nel secondo viaggio, la moltitudine di persone, quanto l’umanità si è sviluppata numericamente in quegli anni. Non solo in India. In Iran ero passato la prima volta per una piccola cittadina, nella zona dell’Ararat, un paesaggio attorno maestoso. Quando sono arrivato in bicicletta era già una grande città, una megalopoli. E così per l’Afghanistan, il Pakistan, l’India. Quando ci sono arrivato in autostop vedevo dappertutto manifesti che mostravano la famiglia ideale: padre, madre e due figli. Sono ripassato in bicicletta trentacinque anni dopo c’erano tutte pubblicità per cementi, costruzioni… In Pakistan un poliziotto mi ha detto che un uomo se non ha almeno cinque figli deve considerarsi un vile.”
Sei passato anche per zone dove ci sono guerre, o perlomeno tensioni?
“Certo, il Belucistan (regione asiatica politicamente sudddivisa tra Iran, Afghanistan e Pakistan, ndr) è tutta una zona di guerra, i Beluci vivono la stessa situazione dei Curdi, nella zona afgana sono in piena guerra.
Ma non ho mai avuto problemi, il territorio era tutto controllato dalle autorità, mentre uscito da Belucistan, nella provincia di Sindh, lungo l’Indo, le autorità avevano paura di bande isolate di predoni, che potevano rapire un turista per creare un caso internazionale. Per evitarlo, mi hanno scortato per più di 200 chilometri. Così siamo arrivati fino al Punjab, dove mi hanno detto che il giorno dopo sarei dovuto andare al commissariato per spiegare dove volevo andare. Ci sono andato, ma non c’era nessuno. Sono ripartito da solo in bicicletta, ma non ho avuto problemi.”
Oggi ti stai dedicando, anche come insegnante, a una pratica conosciutissima in India, ma diffusa ovunque, lo yoga. Come ti sei avvicinato ad esso?
“Per controbilanciare il mal d’Africa. Dopo 18 anni in Africa, hai sempre l’impressione di rimpiangere qualcosa. Ho voluto provare, era un insegnamento che veniva direttamente dall’India, molto profondo. Per dieci anni poi non mi ci sono più dedicato, per riprendere poi, frequentando un centro a Orleans, in Francia, quando sono partite le mie figlie.”
Ti cimenti, tra le tante cose, anche con la scultura lignea.
“Per un regalo alla comunità di Orleans volevo fare una grande divinità indiana scolpita in bassorilievo, prima però, per prova, mi sono procurato un pannello di tiglio e ci ho scolpito la ‘Primavera’ di Botticelli. Ero contento del risultato, così ho realizzato la divinità e altre sculture.”
Infine, mi dici cosa rappresentano per te le Valli del Natisone?
“È il posto più bello del mondo. In estate.”
Michele Obit