Le esplosioni ravvicinate, il riparo sotterraneo, la scelta di restare. La testimonianza di Matteo Rucli, giovane imprenditore a Dubai
Prima un’esplosione, potente, isolata. “Stavo lavorando a casa qui a Dubai, pensavo fosse successo un incidente in qualcuno dei tanti cantieri che ci sono in città”. Poi il tam-tam sugli smarthpone con gli amici, l’allarme arrivato in contemporanea su tutti i telefonini, il programma, non riuscito, di una fuga verso l’Oman. E una notte trascorsa in un parcheggio sotterraneo, durante un susseguirsi di esplosioni più e meno distanti nei cieli – e sul suolo – degli Emirati Arabi Uniti.
Matteo Rucli, 24 anni, solide radici nelle Valli del Natisone (ha frequentato anche la scuola bilingue Paolo Petricig) è residente a Dubai ed è titolare di un’impresa.
Siamo riusciti a contattarlo nella mattinata del 3 marzo: “In questo momento – le sue parole – la situazione è tutto sommato tranquilla, la vita sembra riprendere come prima. Ovviamente si respira ancora un po’ di tensione e le strade sembrano meno trafficate”.
Il peggio quindi, almeno per ora, sembrerebbe essere alle spalle. Tanto che Matteo, ci dice, ha deciso di restare. La sua testimonianza, lucida e razionale, di quanto avvenuto fra il 28 febbraio e il primo marzo, però, riferisce di momenti drammatici. In cui la tensione è stata acuita anche dal fatto che per i civili gli eventi fossero del tutto inattesi.
La vicenda a grandi linee è nota: dopo l’attacco di Usa e Israele sul suo territorio, iniziato alle 7.15 del mattino in Italia – le 9.45 a Teheran, le 10.15 a Dubai – del 28 febbraio, l’Iran ha lanciato una serie di missili e droni sugli Stati circostanti in cui c’è la presenza di forze militari statunitensi. Non solo su Israele, come era accaduto nella Guerra dei 12 giorni del giugno 2025, ma anche sugli Emirati Arabi Uniti. Anche a Dubai.
Dopo la prima esplosione, nel pomeriggio del 28 febbraio, come detto, Matteo ha pensato a un incidente. “Circa un’ora dopo, però, un mio amico di qui mi ha scritto che invece era stato un missile su Abu Dhabi. Da quel momento in poi ci siamo preoccupati. Con altri amici abbiamo deciso di trovarci nella casa di uno di noi, la più comoda da raggiungere per tutti, a Palm Jumierah.” Si tratta dell’isola artificiale a largo della costa di Dubai. All’inizio la situazione, nel racconto di Matteo, era quasi ‘conviviale’ per i sette amici. “Abbiamo trascorso alcune ore assieme, abbiamo cenato. Ma verso sera abbiamo sentito altri botti, distintamente. Alcuni fortissimi, vicinissimi.” Una di quelle esplosioni, la più forte che hanno sentito – abbiamo ricostruito con Matteo – è stata causata dai detriti di un missile iraniano che hanno danneggiato l’hotel di lusso Fairmont The Palm sulla costa, “a tre minuti da dove ci trovavamo noi”.
“La preoccupazione – ci dice Matteo – è aumentata quando su tutti i nostri telefoni ha suonato il segnale di allarme. In quel momento abbiamo pensato ad organizzare il rientro in Italia. Solo io però avevo la macchina e quindi abbiamo chiamato un taxi. Il programma, sulla base delle informazioni che avevamo raccolto, era di andare in auto fino all’Oman. Da lì infatti sono stati organizzati diversi voli proprio per far evacuare quanti intendevano farlo dagli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo le esplosioni continuavano, da far tremare i vetri. Le notizie che avevamo non erano rassicuranti: è stato danneggiato l’aeroporto di Dubai, bloccati i voli, e sembrava che il confine con l’Oman fosse stato chiuso. Quando è arrivato il taxi siamo saliti ma abbiamo seguito l’indicazione dell’autista e ci siamo rifugiati nel parcheggio sotterraneo di un palazzo residenziale.” Le esplosioni sono proseguite tutta la notte. “Eravamo in tanti ad esserci rifugiati lì sotto, in quella situazione ci siamo sentiti più al sicuro nonostante gli scoppi che si susseguivano nella notte e anche nelle prime ore della mattinata successiva”.
Esplosioni, va detto, dovute più alle intercettazioni della contraerea che agli impatti di droni e missili. Anche se danni e vittime, fra impatti diretti e di detriti, non sono mancati. Tre i morti in tutti gli Emirati Arabi Uniti, 68 i feriti, di varie nazionalità. Con l’immagine simbolo di questa fase, l’incendio, contenuto, del Burj Al Arab, l’hotel a sette stelle, edificio iconico di Dubai.
Durante la mattinata quindi, prosegue il suo racconto Matteo, “le esplosioni sono diventate sempre più lontane, sempre meno frequenti. Così siamo potuti uscire dal parcheggio. In quelle ore l’obiettivo era ancora quello di tornare in Italia con i voli dall’Oman, ma sembrava difficile trovare posto, visto che da qua c’è stata una sorta di esodo. La situazione poi è migliorata e alla fine la mia scelta è stata quella di restare, di tornare alla quotidianità”.
Anche se non è la stessa identica tranquillità dei giorni precedenti al 28 febbraio: “In ogni caso sto tenendo una valigia pronta nel caso la situazione peggiori di nuovo. E, con pochi click sul sito istituzionale, ho richiesto e ottenuto i visti per l’Oman che è considerata una sorta di ‘Svizzera’ del Medio Oriente, visto che è storicamente neutrale ed è lì ad esempio che si sono tenuti anche gli ultimi negoziati fra Usa e Iran.”
Considerata l’emergenza, secondo Matteo Rucli “l’amministrazione qui è stata molto efficace: siamo stati allertati per tempo e la contraerea ha respinto quasi tutti gli attacchi. Ci sono state fornite indicazioni chiare sulle modalità in cui è possibile lasciare il paese e per i turisti il ministero ha garantito a proprie spese il prolungamento del soggiorno o le spese per il volo di rientro.”







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