Un libro fotografico per riflettere sull’abitare il confine e sul senso di comunità

‘Sclavanie’ è una di quelle parole il cui significato cambia a seconda di come viene pronunciato. Letteralmente è il termine friulano che indica la Slavia veneta o italiana, in passato però con essa veniva spesso identificato un territorio in termine dispregiativo: lì ci vivevano gli slavi, i montanari, gente diversa: in quanto considerati diversi, spesso inferiori, quelle stesse popolazioni tendevano a rinchiudersi, e a sviluppare al contempo un processo di disistima. Oggi per fortuna molte cose sono cambiate. Lo sa bene Davide Degano, un giovane di Ronchis di Faedis, con radici beneciane da parte di padre, che ha intrapreso un progetto fotografico ed editoriale a cui ha dato proprio quel nome, ‘Sclavanie’. Per esplorare, con esso, i fenomeni dell’emigrazione e dello spopolamento dei borghi delle vallate del Torre e del Natisone, ma anche per riflettere sui valori dell’abitare e del fare comunità.
Davide sembra essere di animo abbastanza irrequieto. In senso positivo. Dopo le superiori ha vissuto per tre anni in Australia, dove ha lavorato come fotografo commerciale. Ha lasciato quel continente per problemi di visto, un amico l’ha allora indirizzato alla Royal Academy od Art a L’Aja, in Olanda, dove si è laureato. Nel frattempo ha partecipato, con le sue fotografie, a varie mostre collettive e personali. “Mentre in Australia mi ero sentito come a casa – racconta – in Olanda ho incontrato una società troppo chiusa e individualista. Sono riuscito a lavorare e a pagarmi da solo gli studi per cinque anni, ma mi è sempre mancato il senso di comunità.” Quel senso di comunità che paradossalmente, ma forse non tanto, ha ritrovato a casa sua e nelle zone confinarie del Friuli. “Stavo ancora frequentando l’accademia quando, per qualche mese, sono tornato a casa per fotografare. Ho pensato così a questo progetto che vuole riflettere sull’importanza del locale attraverso una memoria comune. Un altro scopo è quello di fare qualcosa per preservare le minoranze presenti su questo territorio, una ricchezza unica in Europa”, spiega Davide, che a proposito del suo legame con la comunità slovena dice: “Non ne sapevo moltissimo, mia nonna da parte di padre parlava sloveno, era di Lasiz di Pulfero, ma quando è andata a vivere a Ronchis ha cercato di nascondere le sue origini, non insegnando la lingua ai figli. Mia nonna è morta, oggi non posso chiederle tutte le cose che vorrei.”
Le fotografie sono state fatte in varie località, da Stremiz a Prossenicco, dalla Val Resia a Montefosca. Vi sono ritratti sia paesaggi che persone.
Un luogo particolare, per Davide, è Robidišče, in Slovenia, a cavallo del confine e a pochi chilometri da Canebola: “Negli ultimi quindici anni il paese ha avuto uno sviluppo virtuoso fantastico, oggi ha una trentina di abitanti, richiama turisti soprattutto dal Nord Europa, ed è rimasto il paese di sempre. Un esempio di come le cose si possono fare.”
Il libro, a proposito di Canebola, tiene in esergo alcune parole di Ado Cont, che tanto ha fatto per la sua comunità e per l’amicizia e la collaborazione tra sloveni da una parte e dall’altra del confine. Le circa 90 foto sono accompagnate da didascalie dettagliate. L’antropologa Livia Maria Raccanello in un saggio descrive la sua esperienza nel processo di rivitalizzazione del piccolo borgo montano di Stremiz, mentre Michael Beismann, ricercatore indipendente e professore presso l’università di Innsbruck, analizza il fenomeno del ripopolamento nei piccoli borghi montani delle Alpi, in particolare in Svizzera e Francia, e confrontandoli con le problematiche ancora persistenti nei borghi italiani.
Per la pubblicazione, che dovrebbe uscire in settembre e sarà trilingue (italiano, sloveno e inglese) è ora in atto una raccolta fondi attraverso internet. Vi si può aderire attraverso il link: https://www.produzionidalbasso.com/project/sclavanie/

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