Confine e memoria, i tratti condivisi di Floramo e Sofri

Cos’è stato, quel confine orientale sul quale oggi come ieri, forse più di ieri, si discute (spesso a sproposito), ricordando in ordine sparso angherie, amicizie, invasioni, fughe, incendi, foibe, fucilazione e molto altro ancora? Trovare una risposta univoca è impresa disperata e comunque priva di senso. Alcune risposte sensate le si possono trovare, invece, in due libri e due autori che, in maniera e per ragioni diverse, quel confine l’hanno conosciuto.

L’occasione per ascoltare Angelo Floramo (autore di ‘La veglia di Ljuba’, edito da Bottega errante) e Adriano Sofri (autore di ‘Il martire fascista’, edito da Sellerio) è stata l’incontro pubblico, molto affollato, che si è tenuto martedì 11 febbraio nel Centro Balducci di Zugliano, organizzato dall’Anpi di Udine e dallo stesso Centro Balducci.

Due approcci diversi, quelli di Floramo e Sofri, alla questione su cosa ha rappresentato il confine tra Italia e Jugoslavia, anche se in entrambe le vicende raccontate il fascismo ha avuto un ruolo preponderante. In ‘La veglia di Ljuba’, come abbiamo già scritto su questo giornale, Floramo fa i conti con la vita di suo padre, nato a Sveto, sul Carso sloveno, dove il suo genitore era giunto dalla Sicilia, inviato al confino dai fascisti. Floramo è soprattutto uomo aperto al prossimo, curioso, rispettoso delle radici e delle lingue, oltre che grande divulgatore. Per questo non ha mancato di rilevare – in avvio dell’incontro moderato da Monica Emmanuelli, direttrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione – che “il confine orientale è stato anche una frontiera, che a differenza del primo è ricchezza, in una terra meticcia, fatta di tante sovrapposizioni, di lingue, di desideri, dove non ci sono radici certe.”

D’altro lato ‘Il martire fascista’ è, a detta dello stesso Sofri, “un libro di storia, con un intervento massiccio dell’autore”. Racconta di un maestro siciliano, di solida fede fascista, che va a insegnare nella scuola di un paesino sloveno vicino a Gorizia (allora Verpogliano, oggi Vrhpolje), annesso all’Italia dopo la Grande guerra. È uno dei molti convocati a realizzare la ‘bonifica etnica’, l’italianizzazione forzata di una minoranza renitente. Una sera, all’inizio dell’anno scolastico del 1930, il maestro viene ucciso in un agguato. L’Italia fascista commemora il suo martire, ma da oltre confine si accusa: infieriva contro i bambini, sputava in bocca a chi si lasciasse sfuggire una parola nella sua lingua madre, lo sloveno.
Sofri, nato a Trieste, ha conosciuto, da bambino, il Carso sloveno. Oggi parla di una ferita che “non solo non si è cicatrizzata, ma si sta rivitalizzando. Il Giorno del ricordo è una scadenza in cui pare lecito dare sfogo alle sciocchezze più imperdonabili.”

La domanda del secolo è ovviamente: come superare quelle ferite? Sofri ritiene che “le memorie non saranno mai condivise”, ma dice anche che “la traduzione da una lingua all’altra sacrifica l’originale ma lo rende comprensibile, disponibile a tutti. Così dovrebbe essere la memoria: far conoscere la propria memoria senza pretendere che diventi la memoria dell’altro.”
Floramo si ritrova sulla stessa lunghezza d’onda, e aggiunge: “Parlare dei nostri morti, dei loro morti, è una violenza. La memoria deve essere di tutti, complessiva, il riconoscimento che le ferite sono state inferte agli uni ma anche agli altri.” (m.o.)

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