Zonderwater. Se questo nome – è il nome di un luogo – non vi dice nulla, non preoccupatevi. Di certo non sarà facile trovarlo in qualche libro scolastico di storia. Lo trovate invece in questa storia, raccontata da Raffaella Zaccai, originaria di Periovizza (Pulfero), che oggi lavora per PromoTurismo FVG come referente per i mercati di Scandinavia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Usa e Canada.

Questa storia inizia… Inizia con il fatto che sono laureata in lingua inglese, e la prima persona che mi ha insegnato la mia prima parola in quella lingua è stato nonno Agostino, di cognome faceva Cencig, era nato a Logatec. L’inglese non l’aveva però imparato a scuola, come l’ho imparato io, ma in un contesto molto diverso. Mia madre, sua figlia, racconta che il nonno non amava festeggiare il compleanno perché, durante la Seconda guerra mondiale, l’avevano fatto prigionero. Dalle Valli del Natisone pare che sia arrivato a Napoli e da lì sia partito per il Nord Africa, per andare a combattere con l’esercito italiano, ma lì, nel deserto, è stato catturato dagli inglesi.
È così iniziato il suo viaggio da ventenne, che non è stato un Erasmus ma qualcosa di completamente diverso. Dai pochi racconti del nonno (non raccontava molto, quell’esperienza durata quattro anni se l’è tenuta dentro) sappiamo che, come prigioniero, dal Nord Africa – dalla Libia raggiunse Alessandria d’Egitto e proseguì giù per il Canale di Suez – giunse in Sudafrica, a Durban e da lì a Zonderwater (è il più grande campo di prigionia costruito dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, tra l’aprile del 1941 e il gennaio del 1947 ospitò oltre 100 mila soldati italiani catturati dagli inglesi sui fronti dell’Africa settentrionale e orientale, ndr).

La sera in quel campo di prigionia, con un capitano che l’aveva preso sotto la sua ala, ha iniziato ad imparare l’inglese, mentre lui insegnava l’italiano al capitano. Il nonno ricordava come questo inglese non riuscisse a pronunciare la parola ‘cucchiaio’. Quando ho iniziato a studiare inglese alle elementari, con il nonno leggevamo dei testi, e mi stupiva il fatto che il nonno conoscesse bene quella lingua. Questa cosa mi incuriosiva, anche per la realtà in cui sono cresciuta, dove da piccola sai che una cosa può avere tre nomi ma è sempre la stessa cosa. Mi ha motivata a studiare l’inglese, fino ad arrivare all’università. Questo mi ha permesso di fare tante cose, di viaggiare ovunque, di conoscere tante storie, di raccontarle… Mio nonno ha insomma lasciato un segno in questa mia voglia di conoscenza.

Poi sono accadute delle coincidenze, che forse non lo sono. Un giorno mia madre conosce assolutamente per caso – a una festa, seduti allo stesso tavolo – un militare in pensione che aveva accesso agli archivi militari a Udine. Mia madre gli racconta che il nonno era stato prigioniero in Sudafrica, questa persona dopo qualche mese le invia una busta con tutti i documenti della sua permanenza nel campo di prigionia. È stata una cosa veramente emozionante. C’era tutta la mappatura del viaggio che aveva fatto da quando era stato catturato. Per la prima volta ho visto una sua foto da giovane. C’erano i suoi dati, e poi la descrizione di una specie di kit che veniva dato a ogni prigioniero, dove c’era persino uno spazzolino da denti. Leggere questi documenti è stato, per me e per mia madre, entrare in qualcosa che non conoscevamo, proprio perché mio nonno non aveva mai voluto raccontarlo. Erano dodici fratelli, superata la guerra bisognava solo lavorare.

Una domenica sono al ‘Baule del diavolo’, il mercatino di Cividale, e tra i libri usati in vendita mi capita di gettare l’occhio su uno, si intitola ‘I diavoli di Zonderwater’, dove uno di questi prigionieri di guerra ha raccontato la realtà in cui vivevano. È stato toccante leggere quel libro, e ci è servito anche a ricostruire la storia del nonno.
Nel 2019 mi sono detta che volevo andare a vedere questo posto. Per avere maggiori informazioni mi hanno aiutato i social, dove c’è un gruppo di parenti dei prigionieri che raccontano le loro storie. Il Covid mi ha costretta ad accantonare l’idea, ma non del tutto. Usciti dalla pandemia, ho chiesto ancora a mia madre se poteva darmi qualche altra informazione, e mi ha detto che avremmo dovuto avere due cugine in Sudafrica, figlie di un fratello del nonno che ci era andato per cercare lavoro. Ho scritto loro su Facebook, dal gruppo di Zonderwater mi è stato dato il contatto di una persona, Emilio, che da oltre 25 anni, laggiù, cura la ‘collezione di emozioni’ di questo luogo, e che avrei potuto incontrare laggiù.

A inizio dicembre del 2023 parto, arrivo in Sudafrica, e all’aeroporto vengono a prendermi le cugine. La prima cosa che mi hanno detto è che sono stata davvero ‘brave’, impavida, perché ero la prima della famiglia Cencig ad andare a trovarle in Sudafrica. Non sapevano però che il nonno Agostino era stato prigioniero lì, è stata per loro una scoperta. Assieme siamo andate a Zonderwater, nei cui pressi c’è ora una prigione. C’era un caldo impressionante, non riesco a immaginare cosa provassero allora i prigionieri, e capisco ancora di più, quando con il nonno nelle Valli andavamo insieme a camminare, la sensazione che provava quando beveva un bicchiere di acqua fresca. D’altra parte Zonderwater, mi hanno spiegato, significa ‘posto senza acqua’. Lì accanto c’è un cimitero per coloro che purtroppo non sono sopravvissuti, e un museo con varie testimonianze della vita dei prigionieri di guerra.
Lì, a 10 mila chilometri da casa, mio nonno è rimasto quasi quattro anni. Nonostante tutte le difficoltà è riuscito non solo a sopravvivere ma anche a crescere. Tornare nelle Valli negli anni Cinquanta sapendo l’inglese era come oggi tornare sapendo il mandarino.

Il Sudafrica è ricco di contraddizioni, ti sembra di essere in Europa ma non lo sei, in alcuni casi ti pare di vivere in una gabbia dorata, vivono in luoghi protetti, la sera non escono di strada. I lavori più umili li fanno ancora le persone di colore, non esiste ancora la parità dei diritti tra bianchi e neri. La figura di Mandela è ovunque, ma nella quotidianità il suo insegnamento non si avverte. È comunque un Paese che ti riempie gli occhi di tanta bellezza, perché ha un mare selvaggio, spazi infiniti, tanta natura. Nelle città, certo, sei vestito con abiti moderni ma ti sembra di essere nel film ‘Il colore viola’. L’impossibilità di spostarsi senza libertà, sempre con il timore di una rapina, mi ha colpito tanto. Come il fatto che molti degli abitanti sono ribattezzati con un nome europeo. Uno di loro aveva il badge (tesserino d’identità) con il nome Cantino. Poi mi hanno spiegato che i loro nomi sono difficili da pronunciare e quindi si ribattezzano, come se avessero una seconda identità per quando hanno contatti con gli europei, con gli occidentali.