Guerre e confini, e una foto in copertina. L’esordio narrativo di Maurizio Mattiuzza con ‘La Malaluna’

Intanto l’immagine di copertina. Molti in Benecia l’avranno riconosciuta, fa parte del prezioso archivio di fotografie legate a Tin Piernu, Valentino Trinco, di Tercimonte, che alla fine della Seconda guerra mondiale e fi-no agli anni Settanta immortalò ‘te žive an te martve’, i vivi e i morti, in una lunga e preziosa sequenza di immagini archiviate e custodite dal Centro studi Nediža. Quella foto,che ritrae proprio Tin con la sua macchina fotografica, ci dice dove siamo, o meglio dovesi svolge una parte importante della vicenda narrata nel libro di chi parliamo, ‘La Mala-luna’ di Maurizio Mattiuzza, edito da Solferino. Mattiuzza è principalmente un poeta (scrive in italiano ma anche in friulano, essendo originario di Buttrio), i suoi versi hanno ottenuto grandi riconoscimenti a livello nazionale.

In questo suo primo romanzo sceglie di raccontare una storia di frontiera, un racconto particolare che copre un arco di tempo particolare, quello che va dalla Prima alla Seconda guerra mondiale. Ma è il dove che più ci interessa: in parte quel dove si trova proprio a ridosso del confine tra Italia e quello che prima è stato il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, e quindi, a partire dal 1929, il Regno di Jugoslavia. Su quel confine, da parte italiana, nella provincia di Udine, vive la famiglia Sbaiz. Nel libro si parla di Borgo di Sotto e Borgo di Sopra, due entità vicine con una differenza tra esse: sotto si parla friulano, sopra si parla sloveno. E, verosimilmente, le due lingue si mescolano molto.

È quella che l’autore mirabilmente definisce “una lingua striata, in cui il friulano e lo sloveno si addolcivano a vicenda in una girandola di colori.”Il racconto, dicevamo, ruota attorno a una famiglia, ma è la Storia, alla fin fine, a farla da padrona. Quella che verso la fine della Grande guerra costringe gli Sbaiz (il padre Valentino, Tin, la madre Luisa, i figli Enrica, Tinaz e Giovanni, sul quale si incentrano, soprattutto nella seconda parte del libro, gran parte delle vicende) a fuggire seguendo il corso della ritirata degli italiani iniziata a Caporetto. La famiglia si disperde (chi in Toscana, chi a Roma) e tornerà a riunirsi solo grazie al caso: un giornalista friulano, nella capitale, incontra Giovanni e Tinaz e sulla loro storia incentra un articolo da prima pagina, facendo in modo che i genitori riconoscano i propri figli, creduti dispersi se non morti.

L’articolo racconta “l’anelito del ritorno”, il ritorno a casa (per la verità poco desiderato da Luisa, che avrebbe preferito salpare per l’America) che però non darà alla famiglia una vita migliore di quella che speravano. E quando scoppia la Seconda guerra mondiale e Giovanni deve rispondere alla chiamata militare, una persona, apparsa già all’inizio del libro, farà in modo che il giovane non venga riformato. È, Enea Zompicchiatti, un delatore, un fascista a cui non piacciono quei “figli di gente venuta al mondo in mezzo a quei sassi, nipoti di contadini che furono presi a preda dai veneti e poi sudditi austriaci, senza mai cessare d’essere sloveni e friulani”. Troppo socialisti, troppo diversi. Una figura, quella di Zompicchiatti, che ricorda alcune di cui ancora oggi si narrano le malefatte nelle nostre vallate. Il delatore finirà ucciso nel bosco, in circostanze che sono rimaste oscure, ma anche il destino che attende Giovanni, partito per la guerra, non sarà benevolo.

Mentre il conflitto infuria, con i fanti della Livorno parte per la Tunisia ma si ferma in Sicilia, inmezzo alle colline di Malaluna, “un nome chepare un presagio e invece in certi momenti tidilaga proprio in mezzo al cuore”. La sua vita finisce lì, dopo un abbraccio alla giovane Maddalena, in una casa cantoniera dove cerca di evitare i colpi di mitragliatrice degli americani, senza riuscirci. È anche la fine del racconto, di questo piccolo pezzo di storia italiana, friulana, slovena. Se lì termina la vicenda di Giovanni, non termina quella del confine, di quello come di altri. E noi continuamo a viverla, quella storia, ancora oggi.

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