Kosovel e il Carso, luogo dell’infinito ritorno

Il Carso, per Srečko Kosovel, è stato il luogo dell’infinito ritorno. Così l’ha definito Michele Obit nel breve saggio che apre il libro ‘Quel Carso Felice’, edito da Transalpina di Trieste, che comprende anche una quarantina di poesie di Kosovel, quella della sua fase impressionista legata ai luoghi della sua infanzia, tradotte in italiano da Obit.
La pubblicazione è stata presentata lunedì 4 dicembre negli spazi del museo multimediale SMO di S. Pietro al Natisone. Ad introdurre la serata è stato il coro Fajna banda condue poesie del poeta sloveno musicate da Davide Clodig. Quindi è intervenuta Iole Namor a nome del circolo di cultura Ivan Trinko, che ha organizzato la presentazione in collaborazione con l’Istituto per la cultura slovena. Namor ha rimarcato come la proposta di Kosovel – già tradotto in italiano, ma la cui voce difficilmente supera i confini regionali – sia l’ultima di una serie di traduzioni di Obit che svolge un ruolo importante (ancor di più per il nostro territorio in quanto beneciano) nella conoscenza della letteratura e della cultura slovena in Italia.
Alessandro Ambrosi a nome della casa editrice ha spiegato il senso del progetto che riprende e continua una pubblicazione precedente dedicata a Scipio Slataper. A inquadrare il poeta ed il suo rapporto con il Carso sono stati poi lo stesso Obit e Angelo Floramo, scrittore, profondo conoscitore della letteratura balcanica, ma anche insegnante, e proprio da questo punto di vista ha lamentato l’assenza dello studio della letteratura slovena sui banchi di scuola. “Kosovel – ha concluso Obit – rimane, con quella voce che quasi cento anni fa rimarcava la caduta morale dell’Europa e la necessità di far cadere i confini, profondamente attuale”. Brani dell’autore sono stati infine letti da Antonella Bukovaz.

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