iaconcigNegli appunti che avevo preso alcuni mesi fa, andando a fare visita ad Adriana Iaconcig nella sua  bella casa di Rualis, ho ritrovato queste frasi: “Chi è andato a vivere altrove ha più facilità a riconoscere le proprie radici; essere accettata poi al ritorno per me non è stato facile, mi piace ragionare su questo.”
Adriana è nata in Canada da genitori emigrati dal Cividalese e ritornati in Italia quando lei aveva nove anni. Anche da questi dati biografici prendono spunto le sue opere, ad esempio le ‘wunderkammer’ (piccole scatole che tanto andavano di moda tra il XVIII e il XIX secolo) della memoria. Attraverso di esse vuole raccontare la densità del passato, “una lettura abbastanza universale della perdita della casa natale.”
Adriana – che da venerdì prossimo propone alcune delle sue opere negli spazi dello SMO di San Pietro al Natisone – è artista poliedrica. Frequentando da giovane l’Accademia di Venezia, sede staccata di Villa Manin, si è dedicata alla pittura. L’Accademia però le ha dato anche altri strumenti, ad esempio la fotografia. Uno dei progetti a cui più tiene è quello che ha riguardato la ‘città dimenticata’ dell’Italcementi, che esiste ormai solo in alcune pubblicazioni tra le quali quella contenente i suoi scatti.
Sua è però anche la Via Crucis nella nuova chiesa di Rualis, 21 metri di sviluppo scultoreo realizzati in gesso alabastrino. E, per tornare alla fotografia, ecco i ritratti ‘rinascimentali’ di ragazzi di Cividale e delle Valli del Natisone. “Mi piace lavorare con i giovani – mi ha spiegato – perché sono tavole da scrivere, un canovaccio bianco.” La sua è anche, come scrive Eva Comuzzi nella presentazione della mostra di San Pietro, “una riflessione sui paesaggi e sui passaggi: un diario sentimentale ma al contempo discreto, in cui le stratificazioni di momenti passati e presenti si fanno continuamente sovrapponibili ed intercambiabili, per annullarsi e divenire nuovo terreno sul quale immaginare e costruire.”