Recuperare Franja – dopo i gravi danni dovuti agli eventi atmosferici della scorsa estate – non significa solo ristrutturare un monumento storico, ma anche lasciare, alle future generazioni, un segno tangibile dell’amore per l’umanità che caratterizzò la lotta partigiana contro il nazifascismo.
Questo il messaggio lanciato dai diversi interventi durante il convegno organizzato dall’Anpi di Cividale che si è tenuto in città lo scorso 24 novembre.
Presentati dal segretario della sezione Luciano Marcolini Provenza, lo storico sloveno Jože Pirjevec, Rok Ursič, presidente della ZB NOB Bovec, Kobarid, Tolmin, e Milojka Magajne del museo civivo di Idrija hanno parlato dell’ospedale partigiano della gola di Pasica (Cerkno, Slovenia) che prende il nome dalla dottoressa che diresse la struttura dal gennaio 1944 fino alla liberazione: Franja Bojc Bidovec. E, più in generale, hanno illustrato le peculiarità del complesso sistema di cura di feriti e malati durante la lotta di liberazione in Jugoslavia. Obiettivo della serata – ha spiegato nella sua introduzione Marcolini Provenza – da un lato promuovere una raccolta fondi per la ristrutturazione del sito, già riconosciuto con il Marchio del patrimonio europeo (European heritage label) per cui, nelle prossime settimane, l’Anpi lancerà una campagna di sottoscrizioni. Dall’altro riaffermare quei valori che caratterizzarono la lotta di liberazione (“spesso disattesi nelle guerre cui assistiamo oggi”) e ricostruire questa parte di storia della Resistenza jugoslava che oggi viene troppo spesso mistificata.

 

Nessun esercito si prese cura dei feriti quanto la Resistenza in Slovenia
Nessun esercito fra quelli che parteciparono alla seconda guerra mondiale prestò tanta attenzione alla cura di feriti e malati come il movimento di liberazione che operò in Slovenia, ha spiegato infatti Pirjevec. Anche rispetto agli stessi partigiani che combatterono più a sud in Jugoslavia. Qui infatti, per tradizione e retaggi culturali, oltre ad essere meno diffusa la cura dell’igiene come riportano le testimonianze scritte di allora, era in uso la pratica di portare con sé feriti e malati (il che determinò spesso il diffondersi del tifo). Lo prova – ha spiegato Pirjevec – la nota battaglia della Neretva, in Erzegovina, quando (nei primi giorni di marzo del 1943) l’Esercito di liberazione, grazie a un’intuizione di Tito, riuscì ad attraversare il fiume sistemando in fretta il ponte ferroviario (unica via di fuga) sfuggendo così alle truppe dell’asse che li chiudevano sul lato est e sgominando a ovest, sull’altra sponda del fiume, i collaborazionisti cetnici. Attraverso il ponte vennero portati in salvo 3mila feriti e mille malati (non a caso in alcune fonti jugoslave la battaglia è chiamata anche ‘battaglia per i feriti’).
In Slovenia invece – ha spiegato Pirjevec – si sviluppò, sin dai primi giorni dell’insurrezione, un sistema di assistenza sanitaria diffuso capillarmente sul territorio. Con circa 200 strutture, di diverse dimensioni, “nascoste in maniera ingegnosa”, che non vennero mai scoperte dai nemici.
Il motivo della “straordinaria efficienza” del sistema sloveno, secondo Pirjevec, risiede nella peculiarità che assunse il movimento partigiano in questa zona. Ad animarlo, infatti, furono forze politiche diverse, non esclusivamente di ispirazione marxista – leninista, ed ebbe ampio sostegno da parte degli appartenenti alla classe degli intellettuali. E quindi anche dei medici: dei 720 professionisti che lavoravano in Slovenia all’inizio della guerra, ben 200 presero parte alla Resistenza, “praticamente tutti quelli che potevano” visto che – le parole di Pirjevec, la lotta partigiana “era adatta solo per i più giovani”. Peculiare era anche il sostrato culturale delle classi meno agiate, più abituate alle elementari norme di igiene, tanto che non si registrarono epidemie di tifo.
Determinante per il successo del sistema delle strutture sanitarie in Slovenia fu il contributo delle donne, ha infine affermato Pirjevec: “non a caso gli ospedali partigiani più importanti in Slovenia Franja (dal nome della dottoressa che diresse la struttura  Pavla (valle del Vipacco ndr.) e Vera (selva di Trnovo ndr.), portano il nome di donne”. Senza l’esperienza della Resistenza, ha ribadito, “l’emancipazione delle donne, non sarebbe mai iniziata”.

‘Stazioni sanitarie’ diffuse anche in Benečija
Gli ospedali più strutturati, ha quindi spiegato Rok Ursič, funzionavano grazie a una rete di stazioni sanitarie, diffuse su tutte le linee degli scontri, anche in Benečija. Vi operava un infermiere o un abitante dei villaggi circostanti che avesse qualche conoscenza medica o veterinaria. Qui si prestavano le prime cure ai feriti, i casi più gravi venivano trasportati negli ospedali partigiani più grandi e meglio nascosti.

A Franja curavano tutti, un valore che merita di essere preservato
A Franja, come nelle altre strutture partigiane, si curavano tutti i feriti, a prescindere dalla loro nazionalità, ha spiegato quindi Magajne. Jugoslavi, ma anche inglesi, russi, americani, e soprattutto italiani (il secondo gruppo di feriti più numeroso dopo gli jugoslavi fra quanti vennero accolti nell’ospedale). La segretezza del sito, che rischiò in almeno due circostanze di essere scoperto, venne mantenuta grazie ad accorgimenti specifici. I feriti vi venivano trasportati bendati, in modo che non potessero rivelarne la posizione in caso di cattura. Le casette (che comprendevano anche sala operatoria, cucina, e cabina elettrica) erano accuratamente camuffate. Altrettanto il sentiero, accidentato e impervio lungo la gola, che conduceva al sito.
Determinante però – ha ribadito Magajne – fu il sostegno popolare, visto che l’abitato di Novaki si trova a poche centinaia di metri dall’inizio della gola.
Già nei primi anni dopo la liberazione Franja venne considerato un monumento di importanza storica. Il museo che ne cura la manutenzione, però,  ha dovuto affrontare non poche difficoltà dovute sia alle peculiarità climatiche del sito sia agli eventi atmosferici estremi che si sono susseguiti soprattutto negli ultimi anni. Nel 2007 il sito venne quasi completamente distrutto da un’alluvione. È stato riaperto al pubblico solo nel 2010. Oggi è nuovamente chiuso a causa dei danni subiti da alcune delle casette e dal sentiero che conduce al sito nel luglio di quest’anno.
Sarà fondamentale per la ricostruzione, come già nel 2007, anche la solidarietà che arriverà da chi ha a cuore i valori che il monumento rappresenta anche per le future generazioni.