Tra gli appuntamenti conclusivi del bel ciclo di incontri denominato ‘Conflitti’, organizzato nella seconda metà di ottobre dalla Società operaia di mutuo soccorso e istruzione di Cividale, la presentazione dell’ultimo libro di Paolo Rumiz, ‘Canto per Europa’, avvenuta in una affollata sede della Somsi sabato 29, è stata l’occasione per riflettere, assieme al giornalista, scrittore e viaggiatore triestino, sul senso e sul valore che vogliamo dare al Vecchio Continente. La pubblicazione (edita da Feltrinelli, la copertina e le illustrazioni sono di Cosimo Miorelli) è un vero e proprio canto, scritto in endecasillabi. Racconta di una ragazza siriana, profuga di guerra, che fugge sulla barca a vela di quattro uomini, argonauti assetati di miti, e con loro intraprende un viaggio – in bilico tra mito antico e realtà odierna, quella dei naufragi dei migranti, del turismo di massa, del riscaldamento climatico – che per la ragazza è l’alba di un nuovo inizio. Dal Libano alla Turchia, dalla Grecia all’Italia la barca naviga il Mediterraneo per poter offrire un nuova vita alla clandestina di bordo, Europa, che porta con sé una lunga storia di dolore e di soprusi.

Il fondamento mitico dell’Europa è femminile
Presentato da Emanuela Gorgone, Rumiz ha posto subito in chiaro il punto focale dell’opera: “Europa è la nostra grande capostipite, riflettere su questa origine femminile dell’Europa non è senza significato in un momento in cui ci ritroviamo schiacciati da mitologie guerresche tipicamente maschili. Il mito ci dice che il fondamento mitico dell’Europa è femminile, che Europa viene dall’Asia, che è una terra benedetta dagli dei e che senza Mediterraneo non esisteremmo.”
Dobbiamo ricordarci dunque che veniamo da una terra che ha un fondamento mitico femminile, ma anche che la vocazione dell’Europa è quella di ricevere popoli, di amalgamarli oppure di creare, attraverso o con loro, dei conflitti. Il ripescaggio del mito di Europa serve anche, secondo Rumiz, a fare in modo che cresca un orgoglio di appartenenza europea. Il grande tema mancante nella campagna elettorale delle ultime elezioni politiche in Italia.

Se tutti fanno la guerra e scappano, chi pianta la patate?
Sul tema del ruolo della donna Rumiz, riferendosi alla guerra che è in corso, ha affermato che “la grande vittima di questo conflitto è la donna, non solo quella ucraina ma anche quella russa. Sono state reclutate sommariamente per strada, soprattutto nelle zone più periferiche della Russia, quasi 150 mila persone, che sono state caricate sui camion e portate al fronte. È chiaro che la famiglia è stata colpita in pieno, nella società russa c’è un forte smarrimento.” Il giornalista e scrittore ha poi raccontato l’episodio di una donna ucraina che lavorava come badante a Trieste e che, a un mese dallo scoppio della guerra, è tornata in Ucraina perché, aveva spiegato, “se tutti fanno la guerra e scappano, chi pianta la patate?”. Rumiz ha visto in questo “la bellezza della donna slava, attaccata alla terra contro tutta quella macchina spaventosa che spinge i popoli gli uni contro gli altri, e che si preoccupa della sopravvivenza della specie.”
D’altra parte, ha sottolineato Rumiz, “quello a est di Berlino e a ovest di Mosca è un mondo dove la guerra non è finita mai. Non è possibile capire quel mondo se non comprendiamo questo. Ma è anche vero che essendo un mondo che non ha conosciuto la democrazia, ha una visione del popolo, della nazione che è recessiva rispetto alla nostra. La nazione per loro è una cosa di antenati, nel quale la minoranza, la diversità è vissuta come una canaglia. Lo stesso è accaduto nella vecchia Jugoslavia.”

L’anima dell’Europa persa nel 1992 nei Balcani
Altro capitolo, a cui Rumiz è sembrato non voler dedicare troppo spazio, rimarcando comunque come “l’Europa ha perso la sua anima nel 1992, quando abbiamo accettato l’idea che la Bosnia potesse pacificarsi separando le etnie. Che significava picconare l’essenza stessa dell’Europa. Per questo non capisco come mai non vengano messi del paletti a ciò che viene detto oggi a proposito di questa guerra. Non possiamo mettere fuorilegge tutto ciò che non ci appartiene etnicamente, perché la diversità è la nostra ricchezza. Questa è l’Europa. Si spiega così il silenzio, la paura che abbiamo, come europei, a declinare la nostra diversità mediterranea, europea, di fronte alle semplificazioni che arrivano da Mosca e da Washington. Ritornare al fondamento mitologico dell’Europa è diventato ancora più importante di quanto lo fosse tempo fa.”