L’iniziativa di Dall’Ava Bakery di Most/Ponte S. Quirino di dare ad un suo prodotto per l’estero il nome ‘Grappa pie gubana’ ha riportato l’attenzione su questo nostro dolce. Più se ne parla meglio è.

Questa iniziativa ha dato la stura a numerose dichiarazioni e prese di posizione. Una di tipo affettivo/nostalgico: “non si può cambiare il nome al prodotto tradizionale della nostra zona; ne è il simbolo”. Vero, ma nessuno che ricordi che il nome di questo dolce sloveno, non friulano, è stato già cambiato senza colpo ferire e proteste da ‘gubanca’ a ‘gubana’.

Il secondo argomento è quello di natura commerciale. L’azienda che ha in mente questa strategia per l’estero ha fatto un investimento nell’area industriale di Azzida che si spera dia ottimi risultati in futuro sia di vendita che di lavoro che ne seguirà. Se l’iniziativa sia positiva o negativa per tutto il settore dei gubanieri si può discutere a lungo; un dato di fatto però è che lo sviluppo negli ultimi decenni non è stato pari alle aspettative.

Nei primi anni Novanta l’allora vituperata (in seguito è arrivato il peggio) Comunità montana aveva cercato di dare una forte, razionale e logica struttura al settore; senza successo. Allora tutto il settore vendeva merce per circa 4,5 miliardi di lire. La Camera di Commercio di Udine, su pressioni della Comunità montana, aveva messo in cantiere un ambizioso progetto di crescita che doveva portare in pochi anni a triplicare le vendite.

Da una parte sarebbe stata finanziata, per più anni, una politica di marketing per l’affermazione del prodotto (erano previsti 70 milioni di investimento all’anno, finanziati direttamente dalla Camera di Commercio), dall’altra era stato fatto uno studio analitico che prevedeva le azioni da intraprendere.

Premesso che la ‘gubana’ avrebbe dovuto essere un prodotto di nicchia, avere un’immagine di prodotto di “qualità” con prezzi adeguati (allora si parlava che essendo i prezzi della pasticceria intorno alle 30 mila lire al kg, al consumatore la gubana avrebbe dovuto essere offerta al minimo a 32 mila) consigliava di creare un marchio identificativo territoriale e una confezione immediatamente distinguibile.

Per la qualità non erano in discussione piccole ovvie e stimolanti differenze tra produttori, ma piuttosto la obbligatoria presenza di componenti essenziali (per esempio le noci).
Consigli ancora oggi validi.

Fabio Bonini