Trieste, per chi vive nelle vallate della provincia di Udine a ridosso dell’ex confine, pare per molti aspetti un pianeta lontano. Si tratta del mare e del retroterra carsico, insommadi un altro paesaggio, sicuramente, ma anche di una storia che per lunghi tratti non ci ha riguardato. O almeno, abbiamo creduto e forse ancora crediamo che non ci riguardi quanto accaduto a Trieste – ad esempio – più o meno un secolo fa, i primi sintomi di un male che stava per nascere, le prime sopraffazioni di chi sventolava l’italianità di quei territori e l’italiano come lingua unica e perfetta, fino ad arrivare ai primi delitti, come gli incendi dei centri culturali sloveni.

Oggi, a 80 anni dalla promulgazione da parte di Mussolini delle leggi razziali contro gli ebrei, Trieste torna a far parlare di sé. La giunta comunale triestina ha infatti “congelato” una mostra organizzata da studenti di un liceo per ricordare il triste evento. Motivo, un manifesto troppo esplicito.

Trieste, l’ha ricordato nei giorni scorsi in un bellissimo articolo sul Piccolo il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, è di solito, nella storia, anticipatrice di eventi. Ecco perché oggi quella censura va tenuta in seria considerazione, pur se scaturita da un piccolo avvenimento come può esserlo una mostra storica. Ecco perché è sbagliato pensare che quanto accade a Trieste non riguardi tutti noi. Si parla ormai da me si, sugli organi di stampa, sui mass-media in generale, sui social, di “nuovi fascisti”. Non so se chi blocca un’iniziativa per ricordare la promulgazione di leggi razziali che furono solo il primo passo verso lo sterminio di milioni di persone possa essere considerato tale, o se si tratti di mera ignoranza. Di certo, pur così sarebbe una parte del problema. Forse anche la minore. Perché quella più consistente, e quindi più pericolosa, stanella massa che plaude a questo atteggiamento, e ne diventa complice. (m.o.)