Per una coincidenza che pare tutt’altro che casuale, un’iniziativa dedicata alla gubana avviene quasi in concomitanza con l’annuncio, da parte di un’azienda che produce gubane a Ponte S. Quirino, di voler promuovere il dolce tradizionale delle Valli del Natisone negli Stati Uniti con un altro nome. ‘Gubana’ non piace, non attira sufficientemente i fini (?) palati d’oltre oceano, quindi meglio chiamarla ‘grappa pie’.

Il marketing (secondo una definizione “l’arte e la scienza di individuare, creare e fornire valore per soddisfare le esigenze di un mercato di riferimento, creando un profitto”, e già lì si potrebbe obiettare su come arte, scienza e valori possano coniugarsi con il profitto), si sa, funziona con regole tutte sue. Ormai ne siamo talmente inondati che non ci facciamo più caso. Figuriamoci se quel meccanismo abbagliante, attorno al quale girano cifre (in volumi di affari) stratosferiche, può fermarsi per soppesare se e quanto una tradizione culinaria centenaria venga messa a rischio da tale scelta.

Quindi non facciamoci troppe illusioni: se qualcuno vuole veramente produrre e mettere sul mercato ‘grappa pie’ anche se sono gubane, lo farà. Ma – dobbiamo dirlo – lo farà anche perché nel passato nessuno ha fatto granché per tutelare quel nome. Seguo da abbastanza tempo le vicende delle Valli del Natisone per ricordare che gli ultimi tentativi (falliti) di creare un consorzio di gubanieri risalgono a oltre due decenni fa.

E allora chissà che non sia questa l’occasione, sperando non giunga troppo tardi, perché finalmente i produttori di gubane delle Valli del Natisone uniscano le proprie forze per rimarcare l’unicità e la bontà di un prodotto, oltre che l’appartenenza ad un territorio. Puntando sulla qualità e su una storia che poche prelibatezze hanno. ‘Grappa pie’ lasciamola ai divoratori di hamburgers, se proprio ne hanno voglia. (m.o.)