La scatola è finalmente pronta. Sul cluster trasfrontaliero è stato messo anche il fiocco, bello consistente, con il sostegno ufficiale della Regione, della Repubblica slovena e del Parlamento europeo. E, grazie al lavoro iniziato già a gennaio, sono stati anche individuati i contenuti da metterci dentro. Magari con una ventina d’anni di ritardo ma, sembra che questa volta tutti siano d’accordo sulla necessità di elaborare una strategia di sviluppo comune, da proiettare anche sul medio-lungo termine, per i territori della fascia confinaria della provincia di Udine e quelli dell’alta valle dell’Isonzo.

Per questi ultimi si tratta di un’ulteriore possibilità di rilancio. Per i primi, probabilmente l’ultima chiamata per far fronte ad una crisi demografica, sociale ed economica, che procede inesorabile. Ci aspettiamo quindi che ora la scatola venga riempita con un disegno in grado di portare non solo qualche contributo europeo, ma una serie di progetti sostenibili, anche una volta esaurito il finanziamento.

E ci auguriamo anche che i segnali che ci pare di intravedere come possibili elementi di rottura della scatola siano solo nostre inutili paranoie. Che cioè sbraitare contro l’Unione europea o scommettere qualche decimale di deficit sulla possibile caduta dell’euro sia solo tattica. Che sostenere Orban, la chiusura dei confini e il ritorno allo Stato nazione sia solo propaganda.

Altrimenti sarà difficile anche per il cluster andare a Bruxelles a chiedere finanziamenti, visto che gli Stati europei più ricchi non vedono l’ora di viaggiare in Ue a più velocità (e né Italia né Slovenia rientrerebbero nella prima). Già solo il quantitativo di carte da fare per riavere la prepustnica, e doverla poi esibire ai forestali che pattugliano il confine, sarebbe già una gran rottura di scatola e farebbe perdere un sacco di tempo. E di tempo se n’è già perso abbastanza in questi ultimi vent’anni.