Diciamo la verità, se quarant’anni fa (ma anche più tardi) avessero detto che a Cividale dal 6 all’8 aprile 2018 si sarebbe tenuta un’iniziativa, pensata anche dallo sportello sloveno del Comune, per promuovere l’editoria e, in generale, la produzione culturale in sloveno e in friulano, più di qualcuno si sarebbe sganasciato dalle risate.
Un po’ come il gufo Anacleto del cartone Disney ‘La spada nella roccia’, quando il mago Merlino annuncia che un giorno, in futuro, l’uomo sarebbe stato in grado di volare sugli aerei.

Eppure, in questi anni, le amministrazioni della città ducale, smessi gli abiti di scena da ultimo baluardo della Patria prima della barbarie, hanno capito che il plurilinguismo è, oggi, solo ricchezza. Per la crescita delle capacità di apprendimento dei più piccoli, per i rapporti transfrontalieri con uno Stato che si trova una manciata di chilometri più a est. Per la vocazione turistica e commerciale di una città che non è più un avamposto militare.

Certo, ci sono anche oggi felpati che di fronte a tutto ciò che inizia con slov- gridano allo scandalo.
Abbiamo sentito anche noi l’eco di quelli che anche in questi giorni parlano di slavizzazione (che poi non sono slavi pure il Nediško e il Resiano che insegnano nelle scuole italiane?) o che scrivono, nemmeno tanto velatamente, che gli sloveni infiltrano strategicamente le persone nei ruoli chiave per slovenizzare non si capisce cosa. Assurdità da denuncia per diffamazione dell’intelligenza umana, al pari di quelli che credono la terra sia piatta o che rettili-alieni governino il mondo da sempre.

Ma in epoca di fake news, di Facebook, di Cambridge analytica, di spy story e complotti veri e immaginari, meglio ricordare qui che nessuno è mai morto di sloveno.

E che essere sloveni non è una malattia.