Tra una sparata contro gli euroburocrati, una contro le Ong tedesco-olandesi “sbruffoncelle”, una a favore di chi spara nella schiena a un ladro che sta scappando e una sul minibot, doveva succedere. Il ministro-di-tutto-quanto Salvini e il fido Fedriga hanno lanciato, la scorsa settimana, l’ideona di costruire un muro al confine fra Italia e Slovenia.

Dichiarazioni riprese da giornali e tv in grande stile come gustoso inframmezzo nella tragicommedia, dello stesso regista, sul caso Sea-Watch 3. Dichiarazioni poi in parte rimangiate, come spesso accade, ma che non è chiaro a cosa mirino. La strategia infatti, a prima vista non è limpidissima. “L’Europa non fa nulla per i migranti! Vanno redistribuiti!” versus “Il trattato di Dublino va benissimo, i migranti che arrivano dalla Slovenia li rispedisco lì”.

La logica, da ferrea, diventa di pongo, simpatico materiale per gli infanti, modellabile in funzione anti-migranti. Alcuni la ritengono una strategia di distrazione di massa, altri uno step nell’escalation (=ne dico una sempre più grossa della precedente) anti Unione Europea. Chissà, magari con l’orizzonte politico della democrazia illiberale (neologismo ossimorico della politologia della nuova destra) in stile Orbán.

Noi invece ci permettiamo di segnalare che qui sul confine, nella parte sempre più svuotata di presenze umane (ma non c’era un’invasione in corso?), ci sarebbero ancora persone che proprio sulla collaborazione transfrontaliera confiderebbero per un futuro di pace e (magari) sviluppo economico. E che, è pleonastico scriverlo, sarebbe stroncato sul nascere dal filo spinato.

Per fortuna, a prescindere dal consenso descritto come plebiscitario per certe posizioni, proprio sul confine c’è chi, a differenza del pongo, non si piega a queste logiche. A Livek il 13 luglio torna Liwkstock ad esempio, il festival di musica “senza confine” organizzato da giovani cittadini sloveni e italiani. Speriamo che per andarci non serva la ‘prepustnica’, molti degli organizzatori non sanno nemmeno cosa sia. (a.b.)