Domenica sera l’ex chiesa di Santa Maria dei Battuti di Cividale, con tutti i posti a sedere occupati, ha ospitato don Pierluigi Di Piazza. L’incontro (un resoconto approfondito su di esso lo pubblicheremo sul prossimo numero), inserito nell’ambito della rassegna Mittelibro, verteva ovviamente sul tema dei temi. Non solo per il titolo e sottotitolo del libro che si presentava (‘Non girarti dall’altra parte. Le sfide dell’accoglienza’), ma anche perché don Pierluigi da trent’anni svolge – in maniera umile ma costante – un’azione straordinaria di accettazione dell’altro, di chi proviene da altre parti del mondo scampando a guerre e miserie, attraverso il centro Balducci di Zugliano.

Tra i tanti aspetti della questione dell’emigrazione che don Pierluigi ha affrontato ce n’è uno che spesso viene sottovalutato più di altri: l’idea che lo spostamento di migliaia di persone dall’Africa, ma anche da altre parti del mondo, riguardi solo Lampedusa, riguardi solo l’Italia, riguardi solo noi. Giorni fa per caso sono incappato in un programma televisivo che raccontava il viaggio a piedi di una coppia di uomini dal Messico all’Amazzonia. Superato il confine che divide Nicaragua e Costarica, in quest’ultima la prima cosa che hanno incontrato è stato un grandissimo campo di immigrati. I più fortunati vivevano in tenda, gli altri all’aperto. Non erano sudamericani. Erano africani che dal loro continente erano riusciti ad arrivare, con qualche nave, in Brasile, avevano risalito l’America meridionale e si trovavano, in quel momento, a 2700 km dalla loro meta: gli Stati Uniti. Migliaia di persone che quella meta, probabilmente, non la vedranno mai.

Non serve trarre una morale da tutto questo, perché queste persone – come tantissime altre che in questo momento si giocano la vita per qualcosa che non sanno neanche se raggiungeranno – non hanno bisogno di morale. Molto meglio un sorriso, una mano tesa, un pezzo di pane. Un segno di accoglienza. (m.o.)