I nostri natisoniani preferiscono dire frajnost in tedesco (alla faccia dell’isolamento) piuttosto che svoboda, kalcin piuttosto che nogavica, anche se rokavica va bene. Si alterano come morsi dalla tarantola se si dice razumeš invece che zastopeš, con kapiš invece va tutto bene. Sostengono che tra Nediža e Nadiža ci sia un abisso, mentre tra gnagna e teta non c’è nessuna differenza.

Vogliono insegnare il natisoniano perfino alle maestre che fino a ieri si scandalizzavano a sentire una sola parola in lingua natisoniana, mentre non sono riusciti a insegnarlo neanche ai propri figli, dando la colpa alla scuola bilingue. Non gli va bene lo sloveno standard, mentre gli va bene il loro ottocentesco natisoniano standard del quale anch’io, che da sempre parlo il nostro dialetto anche con i miei figli, dovrei fare un corso per capire diverse cose.

Dicono che la nostra lingua è molto elementare e legata al mondo contadino ormai scomparso, presto però pubblicheranno anche i testi in matematica o fisica in natisoniano. Presentano la grammatica per i bambini e sul volantino sbagliano l’ortografia, dicono che non zastopejo quello che parlano a Livek o a Podbela (però quando fanno la spesa a Kobarid o Tolmin o vanno a mangiare al konfin lo capiscono), che quelli che abitiamo sul versante sud del Matajur non capiamo praticamente nulla di quello che parlano quelli che abitano su quello nord.

Io ed i miei amici, alla faccia della Cortina di ferro, eravamo più in Jugoslavia che a casa. Nelle case, nei bar, nei negozi, nelle discoteche di Kobarid, Bovec e Tolmin avevamo parenti, amici e ragazze, qualcuno si è anche sposato e nessuno aveva bisogno di interpreti, mentre i nostri natisoniani completamente isolati e asociali erano a funghi o a caccia. E quando qualcuno rivolge loro la parola in sloveno, tipo dialetto di Livek/Luico, dicono: “Ja, veste, jest na zastopen, guorin po našin!”. E quando gli viene risposto: “Saj tudi mi guormo po našim”, fanno finta di non sentire.

Nel 1946 un amministratore delle valli, che magari firmava ancora con la croce, diceva che qui si parla slavo, ma uno slavo che è un dialetto della lingua italiana. Ora, nel 2019, altri si sono inventati la minoranza italiana (ma siamo in Italia?) che parla una lingua di ceppo slavo. Io direi che questi, più che essere di ceppo slavo, hanno il ceppo al posto della testa.

Joško