Bastano la rabbia, la delusione e la distanza che ormai la politica ha messo – irrimediabilmente? – tra sé e i cittadini per spiegare l’uso volgare del linguaggio di certi politici, anche nostrani?
Per gli esperti di comunicazione il fenomeno non nasce certo oggi ma certo l’avvento dei social, sui quali gli interventi richiedono brevità e incisività, ha permesso di superare abbondantemente gli argini della buona educazione e del buon senso.
Ultimo caso, tutto nostro, è quello che ha visto per protagonista il consigliere regionale leghista Danilo Slokar che,
bontà sua, verrà probabilmente ricordato dai posteri più per aver evocato, durante una festa del suo partito a Trieste, “il ritorno alle armi contro i fascisti del Partito democratico” che per qualche suo provvedimento politico. Slokar, va detto a onor di cronaca, ha voluto metterci una (mezza) pezza affermando di essere “sinceramente dispiaciuto che alcune parole, pronunciate in un contesto particolare, vengano ricondotte a intenzioni violente, ben lontane dal mio modo di essere e di pensare.”
In questo caso non si può neanche dire che la smentita sia una mezza conferma, poiché in realtà il consigliere leghista non smentisce del tutto una frase che, comunque la si voglia vedere, è un indicatore del clima politico che stiamo
vivendo. Non confronto ma battaglia, non avversari ma nemici, da combattere anche
con mezzi impropri.
Per tornare alla domanda iniziale, è solo una questione di disillusione quella che ha portato a tutto questo? La politica c’entra eccome ma, anche se suona banale dirlo, essa è lo specchio della società in cui viviamo, in cui noi stessi fatichiamo a riconoscerci. Se il linguaggio si sta impoverendo, decadendo, e non solo nella politica, è perché facciamo sempre più fatica a convivere con l’insulto e al contempo a dare un senso alla dignità. (m.o.)