Le buone intenzioni e lo smarrimento

Da qualche anno a questa parte ci sembra di cogliere una certa voglia di rimboccarsi le maniche. A volte con eccessiva lentezza, altre con eccessi di foga. Eppure, nei tanti incontri che si stanno organizzando sul territorio, si respira un cauto ottimismo sul possibile sviluppo di zone che, fino a poco fa erano, date per spacciate.

Sebbene – va detto – persista una certa diffidenza sui temi identitari, inizia a consolidarsi, quantomeno, la percezione che le potenzialità di investimento (su prodotti tipici, sul paesaggio, sul turismo esperienziale) ci siano. E si inizia anche a comprendere come sia sempre più necessaria l’elaborazione di una strategia comune.
Qui, però, iniziano i problemi. Consorzi, Gect, Gal, fusioni, clusters, contratti, convenzioni, Unioni, tavoli tematici, e – immancabili – cabine di regia. Oltre alla Comunità montana (che sta per tornare) e al riordino degli enti locali che, da quindici anni, fa sbiancare la tela di Penelope per manifesta inferiorità nell’arte di fare-disfare-rifare.

Ad ogni nuova riunione si propone la costruzione di (almeno) una nuova scatola e un nuovo livello di decisione istituzionale.
Sia chiaro, con le migliori intenzioni, ma con il risultato di ritrovarsi con competenze sovrapposte, organizzazioni che funzionano a singhiozzo a seconda del finanziamento per i bandi, progetti slegati l’uno dall’altro, strategie che non collimano e programmi frastagliati.
Con inevitabile smarrimento dei possibili imprenditori e con il rischio concreto di disperdere le energie positive di cui sopra. Immancabile, in ognuno di questi incontri, il riferimento entusiasta, la ‘buona prassi’ da seguire, allo sviluppo che ha vissuto l’alta valle dell’Isonzo.

Ma non si potrebbe prendere a modello anche quel sistema di organizzazione istituzionale?

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