Ma ricordi e memorie non sono Storia

Svastiche sulle porte dei deportati, inchini istituzionali alla X Mas, striscioni neofascisti sugli edifici simbolo della cultura slovena in Italia. Negare che ci siano rigurgiti al sapore di olio di ricino in Italia e quindi anche sul ‘confine orientale’ dove il razzismo italico ha le sue radici più antiche e profonde, sarebbe stupido. Affermare che siano rinati dalle ceneri del ‘900 nel 2020 sarebbe altrettanto stupido.

Sostenere che certe posizioni siano state progressivamente sdoganate nel dibattito pubblico, tanto da far riprendere aria alle bocche di gruppetti numericamente minuscoli che le sostengono da sempre, è probabilmente più corretto.
Il fatto che da diversi anni a questa parte, con progressione crescente, si sia costretti ad assistere a certe ostentazioni di spregiudicata stupidità a cavallo delle giornate del ricordo e della memoria dovrebbe far riflettere sull’utilità delle giornate stesse. Perché ricordi e memorie non sono Storia.

Non sono il risultato di confronto fra fonti, di riflessioni e ricostruzioni fatte con metodo. Sono l’istituzionalizzazione di ondate emotive. Che provocano reazioni e risposte altrettanto emotive, come quelle per cui i contorni della Storia debbano essere decisi nei tribunali (in cui i giudici non fanno gli storici).

A pensarci bene, però, sono perfettamente in linea con lo sviluppo della comunicazione e della politica contemporanea.
Una polarizzazione sempre più estrema che però non si misura su temi strutturali. Ma su emozioni e paure. Chiamate a riempire il vuoto cosmico di posizioni politiche che sui temi economici e sociali si fanno sempre più vaghe e simili fra loro. E finiscono per produrre mobilitazioni di una società sempre più ansiosa. E l’ansia è nemica del pensiero razionale. (a.b.)

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