Noi, cinesi d’Europa

Della vicenda del Coronavirus, che sta catalizzando l’attenzione di ogni settore della vita pubblica e privata italiana, l’aspetto che forse maggiormente ci riguarda come comunità slovena di frontiera è quello legato alla possibile chiusura dei confini. Chiariamolo: è un aspetto in fondo marginale se messo a confronto con la gravità della situazione sanitaria. Sulla quale per altro, più o meno a proposito, si spendono da giorni tantissime parole, alle quali i media, e in particolare la rete, fanno fatica ad apporre filtri.

I più o meno velati desiderata della maggioranza in Regione – sintetizzabili in maggiori controlli ai valichi confinari con la Slovenia e, se la situazione dovesse precipitare, nella chiusura degli stessi – mettono in moto tutta una serie di cortocircuiti, sui quali vale la pena di riflettere.

Perché tutta questa vicenda ci sta insegnando, in qualche modo, come tutto ciò che crediamo nostro e che vogliamo a tutti i costi proteggere, anche chiudendo i confini, se visto da un altro punto di vista, esterno, assume connotati completamente diversi. Anzi, uguali ma opposti. Ed ecco come nel Sud Italia appaiono davanti alle abitazioni cartelli con le scritte ‘Non si affittano case ai settentrionali’ (goliardiche, ma fino a un certo punto), ecco che gli italiani che si trovano all’estero vengono lasciati fuori dai locali pubblici, ecco che l’Europa, snobbata per molte altre questioni, diventa un appiglio, ecco che i cinesi, che fino a pochi giorni fa trattavamo da appestati, ora cercano di evitarci, ecco insomma che sono gli altri, adesso, a voler chiudere i confini. E a lasciarci fuori, noi che vorremmo chiuderci dentro.

Una specie di legge del contrappasso, se vogliamo, che ci fa capire come tutto sia relativo. Così come l’intera vicenda del virus fa comprendere che la fragilità umana non è tanto una debolezza, quanto un aspetto con cui fare quotidianamente i conti. (m.o.)

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