Pare persino ormai banale tirare in ballo, alla notizia della chiusura del circolo Potok di Oblizza, la questione dell’abbandono della montagna. Non solo della nostra, certo. Ma qui, nelle Valli del Natisone e nelle vallate vicine, più che altrove ci pare di poter definire il tutto con il termine ‘sopravvivenza’. E se nei paesi che ancora sopravvivono si toglie l’ultima possibilità di uscire di casa e trovare un luogo di incontro, allora è chiaro che l’abbandono non può che essere inarrestabile.

Qui, ancora una volta, occorre chiamare in causa la politica. Quella della Regione Friuli Venezia Giulia in particolare, che ormai non si degna nemmeno più di promettere qualcosa a queste zone durante la campagna elettorale, figurarsi nei restanti cinque anni.
E poi c’è il sistema burocratico e fiscale tutto italiano, che sembra creato apposta per tarpare le ali a qualsiasi iniziativa commerciale, nelle città come nelle zone più isolate. Soprattutto a quelle innovative, soprattutto a quelle portate avanti da giovani.
E il Potok era anche un luogo per giovani, in un paese e in una vallata dove l’età media degli abitanti è molto alta. Ma riusciva a calamitare, soprattutto con le sue iniziative culturali, l’interesse di molti giovani che andavano a passarvi qualche serata anche provenendo dal Cividalese, dal Goriziano e da Udine.

Perdiamo quindi, con la chiusura di questo spazio, qualcosa che aveva un valore per tutti noi. Perché aggregava, perché faceva conoscere, perché dava un senso anche alla vita in montagna. È, questa, la dimostrazione palese che non è possibile, da noi, creare e gestire spazi moderni e alternativi? Nonostante tutto confidiamo che il testimone lasciato da Zeno, Anna e Francesco – ai quali va il ringraziamento per tutto quanto hanno fatto a Oblizza – possa essere raccolto da altre persone. Perché qui è ormai questione di sapersi risollevare o di cadere del tutto. (m.o.)